Su «Castilla. Estudios de Literatura», Número 4 (2013)

Castilla

Esce in questi giorni in Spagna, per la casa editrice Quálea di Santander, la traduzione spagnola de L’attimo dopo, a opera di Juan Carlos Abril.

Con Robert Hass, Damiano Abeni, Moira Egan, Franco Buffoni, Guido Mazzoni, Karl Kirchwey, Patrizia Cavalli e molti altri.

di Claudia Crocco

“L’attimo dopo” e “Poco prima”: questi i titoli emblematici della prima e dell’ultima sezione di L’attimo dopo (Sossella Editore, 2009), la seconda raccolta poetica di Massimo Gezzi. In entrambe, una citazione in esergo (da Mrs Dalloway di Virginia Woolf nel primo caso e da John Ashbery nel secondo)  contiene la parola hour. I rintocchi dell’inizio e della fine incorniciano il libro, scandendolo e rendendolo circolare. In mezzo, una riflessione sul tempo articolata come confronto fra il divenire dei singoli esseri e la cronologia universale: “passano gli uomini, si arrendono allo spazio,/ e nel farlo si convincono / che passare è il loro unico motivo/ per essere nel mondo. È incredibile che tutto / ci sopravviverà: la terra lavorata / perderà ogni sembianza” (La memoria di una terra, p.16). La poesia è ancorata alla memoria: la nominazione delle cose e delle verità epifaniche intraviste al loro interno sembra contrapporsi al tempo. In questo senso l’autore si pone sulla scia di uno dei filoni principali della lirica novecentesca, che va da Leopardi a Montale. Tutta la raccolta, d’altronde, è piena di riferimenti alla tradizione italiana del Novecento: da Montale a Fortini, e a Cattafi.

La differenza e la novità di Gezzi è però la mancanza di tragicità nello sguardo. L’io dell’Attimo dopo osserva il mondo circostante, spesso ricorrendo all’espediente stilistico dell’elenco (come annuncia l’incipit di una delle poesie: “Mi alleno così: imparo a numerare”), ma rinuncia alla pretesa di significato, alla rivelazione di un soprasenso. Le visioni di Gezzi sembrano essere il contrario dell’epifania tradizionale: difficile ritrovare un’istanza metafisica. Al contrario, tutte le poesie dell’Attimo dopo si attaccano alla corporeità di cose e persone, alla fisicità dei luoghi. L’attenzione alle piccole cose di “una storia come tante” è massima, soprattutto nella parte centrale del libro. Ciò che compone un’esistenza terrena ed in nulla fuori dall’ordinario viene osservato ed enumerato: i tombini, lo scarico del bagno, i cancelli, il cemento. E tuttavia Gezzi  non si pone mai in un atteggiamento di distonia o di nichilismo davanti alla banalità delle situazioni quotidiane, ma aderisce al reale ed accetta un senso delle cose tutto terreno. Questa posizione fenomenologica trova un corrispettivo formale nello stile piano, ma non regressivo: la sintassi talora classicheggiante e la versificazione – a volte endecasillabica, a volte libera- sembrano sempre indirizzate verso una forma di regolarità ritmica.

 Nell’Attimo dopo la poesia non è intesa come arma, antidoto allo svuotamento di senso: la parola poetica è per Gezzi un nuovo strumento di esperienza: “Una delle poche cose che la poesia sa fare, d’altronde, è mettere in comune un’esperienza, proprio mentre sembra isolarsi nell’autoreferenzialità. Dire con precisione le poche verità che si sono intraviste attraverso la propria esperienza, distruggendo ogni illusione consolatoria e sperando nella risposta di un lettore: è in questo rapporto che la poesia esiste, agisce e si salva”: queste le parole conclusive della nota introduttiva di Gezzi. Sembrano sintetizzarle efficacemente alcuni suoi versi: “Un mattone conta più delle parole / che lo imitano appoggiandosi/ una sopra l’altra./ Io con la poesia vorrei fare mattoni.” (Mattoni, p. 46)

(«Allegoria», 62, 2010, p. 165)

Due mie poesie inedite, su Le parole e le cose (22 settembre 2011).

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