Su «Castilla. Estudios de Literatura», Número 4 (2013)

Castilla

Su “ArtesHoy – revista digital de las artes” (30 novembre 2012)

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Esce in questi giorni in Spagna, per la casa editrice Quálea di Santander, la traduzione spagnola de L’attimo dopo, a opera di Juan Carlos Abril.

[Prima di oggi, Venere passò davani al sole la mattina dell’8 giugno 2004. Ne venne fuori questa poesia, finita poi nell'Attimo dopo. La ripropongo in omaggio all'analogo evento di oggi].

Venere davanti al sole

La materialità dell’esistenza
è cosa certa: nei pavimenti o sotto i letti
le matasse di polvere nascondono
organismi piccolissimi, i quali, al microscopio,
rivelano corazze o altre parti di carbonio,
lo stesso del diamante, delle matite,
e dell’isotopo radioattivo C14 che permette
di datare l’indatabile –
per cui se guardo Venere
che macchia come un neo la superficie
abbagliante del sole penso a quanto
sia finito l’infinito e viceversa,
a quante divisioni per due
consente l’uno, l’acaro
l’atomo il quark.

(da L’attimo dopo, Luca Sossella Editore, Roma 2009).

di Claudia Crocco

“L’attimo dopo” e “Poco prima”: questi i titoli emblematici della prima e dell’ultima sezione di L’attimo dopo (Sossella Editore, 2009), la seconda raccolta poetica di Massimo Gezzi. In entrambe, una citazione in esergo (da Mrs Dalloway di Virginia Woolf nel primo caso e da John Ashbery nel secondo)  contiene la parola hour. I rintocchi dell’inizio e della fine incorniciano il libro, scandendolo e rendendolo circolare. In mezzo, una riflessione sul tempo articolata come confronto fra il divenire dei singoli esseri e la cronologia universale: “passano gli uomini, si arrendono allo spazio,/ e nel farlo si convincono / che passare è il loro unico motivo/ per essere nel mondo. È incredibile che tutto / ci sopravviverà: la terra lavorata / perderà ogni sembianza” (La memoria di una terra, p.16). La poesia è ancorata alla memoria: la nominazione delle cose e delle verità epifaniche intraviste al loro interno sembra contrapporsi al tempo. In questo senso l’autore si pone sulla scia di uno dei filoni principali della lirica novecentesca, che va da Leopardi a Montale. Tutta la raccolta, d’altronde, è piena di riferimenti alla tradizione italiana del Novecento: da Montale a Fortini, e a Cattafi.

La differenza e la novità di Gezzi è però la mancanza di tragicità nello sguardo. L’io dell’Attimo dopo osserva il mondo circostante, spesso ricorrendo all’espediente stilistico dell’elenco (come annuncia l’incipit di una delle poesie: “Mi alleno così: imparo a numerare”), ma rinuncia alla pretesa di significato, alla rivelazione di un soprasenso. Le visioni di Gezzi sembrano essere il contrario dell’epifania tradizionale: difficile ritrovare un’istanza metafisica. Al contrario, tutte le poesie dell’Attimo dopo si attaccano alla corporeità di cose e persone, alla fisicità dei luoghi. L’attenzione alle piccole cose di “una storia come tante” è massima, soprattutto nella parte centrale del libro. Ciò che compone un’esistenza terrena ed in nulla fuori dall’ordinario viene osservato ed enumerato: i tombini, lo scarico del bagno, i cancelli, il cemento. E tuttavia Gezzi  non si pone mai in un atteggiamento di distonia o di nichilismo davanti alla banalità delle situazioni quotidiane, ma aderisce al reale ed accetta un senso delle cose tutto terreno. Questa posizione fenomenologica trova un corrispettivo formale nello stile piano, ma non regressivo: la sintassi talora classicheggiante e la versificazione – a volte endecasillabica, a volte libera- sembrano sempre indirizzate verso una forma di regolarità ritmica.

 Nell’Attimo dopo la poesia non è intesa come arma, antidoto allo svuotamento di senso: la parola poetica è per Gezzi un nuovo strumento di esperienza: “Una delle poche cose che la poesia sa fare, d’altronde, è mettere in comune un’esperienza, proprio mentre sembra isolarsi nell’autoreferenzialità. Dire con precisione le poche verità che si sono intraviste attraverso la propria esperienza, distruggendo ogni illusione consolatoria e sperando nella risposta di un lettore: è in questo rapporto che la poesia esiste, agisce e si salva”: queste le parole conclusive della nota introduttiva di Gezzi. Sembrano sintetizzarle efficacemente alcuni suoi versi: “Un mattone conta più delle parole / che lo imitano appoggiandosi/ una sopra l’altra./ Io con la poesia vorrei fare mattoni.” (Mattoni, p. 46)

(«Allegoria», 62, 2010, p. 165)

Due mie poesie inedite, su Le parole e le cose (22 settembre 2011).

(da «Punto. Almanacco della poesia italiana», anno I, n.1, maggio 2011, puntoacapo).

Accolto con favore dalla critica, L’attimo dopo di Massimo Gezzi (1976), è un libro da leggere e rileggere con cura, sui cui esiti, soluzioni e scenari occorrerà tornare a confrontarsi molto a lungo, mentre già alcuni testi si fissano nella memoria di chi legge, una antologia quasi, per quiddità di stile, lucidità e intensità di sguardo: Sul molo di Civitanova, Grottammare, Marco Polo, 32 anni dopo, Gelsi, Poco prima. Una conferma non scontata, dopo Il mare a destra (2004), che lo proietta in avanti, ben oltre le categorie generazionali in via di archiviazione, e oltre confine, in dialogo con la poesia che si fa in Europa e in area anglo-americana. L’impianto prosodico-ritmico e l’ampiezza di spettro delle strutture strofiche classicamente informali tende ad arcate versali contrassegnate da un sorvegliato, elettivo understatement: nulla di esornativo o di vieppiù linguisticamente esibito, tutto ricondotto a una medietà di lingua e tonalità che si rivelano gli strumenti più congrui alle possibilità di dire, ovvero: descrivere, elencare, registrare, osservare e immaginare (un verbo che ricorre, anche sorprendentemente, liberato da ogni ipostasi di pensiero) gli stadi dell’esistere ridotto all’osso, alla traccia minima, alla “insorgenza di luce” cui nessuno fa più caso, alle “ombre delle piante/ che impercettibilmente si allungano” a un sussulto di precarietà, pietas rerum che si fa Stimmung. Dire ben oltre gli addentellati di realtà socio-politico-economica, nelle riverberazioni della Storia che, per altri versi sottendono analogie con certo Buffoni, con il Pusterla delle vite marginali, e che incontra storie minime, domestiche e feriali; dire ad includendum nella gamma di corde e argomentazioni riverberanti condizioni dell’io escluso, attualizzato in modalità nuove per scelte di gusto, e repertuale; un non egotico soggetto lirico che si segnala, malgré tout, inestinguibile, in costante relazione sebbene tenuto A distanza di muri, con gli esseri adiacenti, in adeguamento con le cose, in ascolto e dialogo con l’esistente e materico, col presente ricognitivo di storie, scorie, “minimo orizzonte“, “organismi piccolissimi“, particelle infinitesime di vita, o dei suoi resti: non parrà fuori luogo una certa analogia con la scrittura archeologica, mineraria, dei rinvenimenti di vite nelle torbiere della poesia di Heaney: “oppure se è come/ se non fossero affatto transitati/ in quella terra, stinti del tutto, divorati da insetti” (Reperti). Gezzi sembra tra i pochissimi in grado di rendere, verrebbe da dire: di restituire, il senso dell’avventura della poesia del secondo Novecento italiano. Dove più che a Montale e a Cattafi si intravvede una sensibilità affine al Sereni e al Luzi delle raccolte degli anni ‘50-’60. Anche questo viene in mente leggendo L’attimo dopo: il giovane autore intento ad assorbire in maniera del tutto autonoma e personale, non ecolalica, accenti e modalità di tradizione: sarà un caso, ma basti notare, ad esempio, un qualche nesso parentelare cortocircuitato dall’uso della congiunzione ‘mentre’ con l’analogo uso luziano (rinvio a G. Orelli, Sul “mentre” nella poesia di Luzi, «Strumenti critici», IV, 11 febbraio 1970) che appare nelle raccolte degli anni ’60: più innovative nell’impianto e più attente alla registrazione dei mutati scenari linguistico-culturali, antropologici-materici. Come Nel magma, così L’attimo dopo registra una “scenografia provvisoria”, l’ora incerta della luce a un nodo e ad uno snodo delle epoche e delle lingue: “poco prima/ che scocchi il rintocco sul quadrante/ e si popolino di altri le stanze/ che occupavamo noi.

Manuel Cohen

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