Come è ampiamente noto, l’ultima campagna elettorale per le politiche e le amministrative (per esempio a Roma) si è svolta all’insegna del tema della sicurezza dei cittadini. La minaccia, si è ripetuto, veniva principalmente dagli immigrati non in regola, che terrorizzavano gli italiani e rendevano loro la vita impossibile. Lo scorso settembre ero alla stazione di Ancona, di ritorno dalla Svizzera. Un signore di sessant’anni circa stava aspettando la figlia, seduto su una panchina, e chiacchierava con una giovane ragazza, al primo o secondo anno di Università. “Potrei essere tuo padre”, ho sentito che le diceva “E per questo mi permetto di darti un consiglio: stai attenta, qui ad Ancona, a tutti questi marocchini che vanno in giro. Non senti quante ne capitano ogni giorno, in Italia? E ricordati: su cento di loro, uno è buono e novantanove sono delinquenti”, e altre simili perle di saggezza. Ho accennato una timida reazione, ma mi sono subito sentito dare del comunista con tanto di augurio, neanche troppo dissimulato, che capiti a me quello che è capitato a tanti italiani onesti derubati, violentati o ammazzati da questi delinquenti, e così sì che capirei cosa vuol dire…
Tornato a casa, pensai di fare un esperimento. Era il 18 settembre, e decisi che di lì a un mese avrei osservato gli episodi di violenza capitati in Italia. Come fonte scelsi i due maggiori quotidiani italiani, la Repubblica e Corriere della sera, entrambi muniti di un portale web aggiornato di continuo e spesso più attento ai fatti di cronaca minuta (o al peggio del gossip) che al resto. Non si tratta di un’osservazione totale, dunque, ma parziale (e d’altronde: come si potrebbe fare un’osservazione totale dei fatti di violenza che capitano  silenziosamente ogni giorno in Italia?). Mi interessava comunque verificare nei fatti la fondatezza della percezione del signore e dei politici da cui egli probabilmente si sarà sentito rappresentato.

Probabilmente non sarò riuscito ad annotare tutti i fatti di violenza “sbattuti” in home page (omicidi, tentati omicidi, morti causate da guida in stato di ebbrezza, stupri, aggressioni…), ma ho cercato di essere il più presente possibile, almeno una volta al giorno, sulle pagine on-line dei due quotidani. Risultato: 33 episodi di violenza (qui si può scaricare il pdf, con tutti i link agli articoli dei due quotidiani). Di questi, 32 sono stati commessi (o presumibilmente commessi) da italiani; uno da uno straniero (un polacco). Dei 32 episodi di violenza, 9 (quasi tutti omicidi) sono avvenuti all’interno della famiglia, e 5 sono violenze a danno di stranieri e immigrati (tra cui l’episodio del giovane ghanese picchiato dai vigili di Parma e quello dei sette immigrati uccisi a Caserta). I 32 fatti di violenza che ho registrato raccontano che i “tanti italiani onesti” uccidono genitori, congiunti e figli; guidano ubriachi e travolgono agenti di polizia o passanti; sparano e uccidono un camionista che si è fermato a urinare vicino al proprio bar; uccidono pentiti di camorra; costringono la fidanzata a prostituirsi; violentano donne anziane; simulano una rapina per travestire da legittima difesa un omicidio da loro commesso; molestano minorenni in un liceo; prendono a morsi e pugni la giovane moglie fino ad ammazzarla; picchiano una ragazza marocchina perché in autobus si siede in un posto riservato a loro (cioè gli italiani); fanno lavorare ragazze minorenni in cambio di sesso, ecc.

Naturalmente sto generalizzando, risponderà qualcuno. Si tratta di un’esigua minoranza di crimini in una nazione popolata da gente onesta e proverbialmente “brava”. D’accordo. Ma poniamoci alcune domande:

1) Se queste cose le avesse commesse un immigrato extracomunitario (o anche comunitario), la percezione dei fatti sarebbe stata la stessa? Quanti ricordano, per esempio, che a settembre un giovane squilibrato ha accoltellato un parroco di Roma? Probabilmente pochi. Ora, se il responsabile del fatto fosse stato un immigrato, magari anche di religione musulmana, la reazione generale sarebbe stata la stessa? L’aggressore sarebbe passato per “un giovane squilibrato” oppure, a seconda dei casi, per “un immigrato”, “un fanatico”, “un rom”, se non direttamente per “un terrorista”, con titoli ben più strillati di quelli che hanno raccontato la vicenda romana?

2) Proprio mentre la mia rilevazione stava giungendo al termine, il Corriere della sera ha pubblicato un articolo sugli omicidi in famiglia (qui), in cui si informa che ben un omicidio su quattro, in Italia, avviene all’interno delle mura domestiche. Nella mia rilevazione, se ho contato bene (escludendo gli omicidi colposi  causati da guida in stato di ebbrezza), gli omicidi in famiglia sono addirittura 6 (7 se si conta un tentato omicidio) su 19 (o 20). Quasi uno su tre. Come mai allora non scatta nell’opinione pubblica e sulle agende dei nostri amministratori un'”emergenza famiglia”? Come mai la famiglia, che Manganelli vedeva fondata su un amore assai ambiguo “che mescola possesso, diritti, aspettative, consuetudine, distrazioni, prevaricazioni, e taciturni, lenti affrontamenti, ‘bracci di ferro’ che durano una vita” (Mammifero italiano, Adelphi 2007, pp. 51-52), non viene dichiarata,  dati alla mano, un istituto altamente criminogeno e trattata di conseguenza, come si è fatto per esempio con la fantasmatica entità costituita da “gli immigrati”?

Forse è solo una provocazione. O forse no.