«Chicago Review», 56:1 – NEW ITALIAN WRITING: Poetry, fiction, and criticism translated into English for the first time.

da «Allegoria», XX (2008), 57, p. 215.

«Vedo dal buio / come dal più radioso dei balconi. / Il corpo è la scure: [...]». Così cominciava uno dei testi più belli di Notti di pace occidentale, seconda raccolta di Antonella Anedda (Donzelli 1999). Otto anni dopo, la poetessa condensa quei due versi e mezzo nel titolo del suo quarto libro, Dal balcone del corpo, che conferma i temi salienti della sua scrittura, primo fra tutti l’inquieta e inappagata riflessione sul dolore altrui, umano e animale, e sull’indifferenza di chi vi si imbatte. Il titolo della raccolta, infatti, allude proprio a quello che Günther Anders ha chiamato «dislivello prometeico», ovvero l’asincronia tra sentire e agire che la nostra società permette e incoraggia, e che in Anedda scatena una riflessione anche sul proprio corpo: «Quanta ipocrisia serve per foderarci il petto?», chiede un verso, oppure per tornare a letto quando si sentono le grida di un delitto (Così arrivano i delitti), cedendo alle lusinghe del corpo che «preferisce una coperta e un cuscino all’agire»? O ancora: «Quando ci siamo abituati a sentire?» (Quello che ci siamo abituati a sopportare).
Quello di Anedda è un libro fittissimo di domande in cui le voci e i punti di vista si moltiplicano pagina dopo pagina, in un dialogo serrato con chi dice io. La prima delle quattro sezioni in cui la raccolta si divide si intitola Cori, mentre ben nove poesie sono battezzate Coro, alle quali si aggiunge Tre cori, nell’ultima sezione. I cori parlano in prima persona plurale («Siamo lo schermo», «Noi viviamo», «Vediamo da fessure»), oppure impartiscono perentori comandi a un tu («Alza gli occhi da questo schermo»), quasi detenessero una delega privilegiata a dire o a sentenziare, come accade con il coro della tragedia classica. In più, molte poesie di Anedda, a partire dai titoli, cedono la parola a entità astratte o indefinite: Parla lo spavento, Parla l’abbandono, Parla l’attesa, Parla la parte di mondo che ci sembra estranea, ecc., mentre a volte il lettore fa fatica a individuare il personaggio che dice io (in Anniversario I, per esempio, dove sembra parlare una voce maschile), o a capire a chi si riferiscano e si rivolgano i cori. Questa oscillazione tra vicende private dell’io (l’amore, o il ricordo dell’infanzia) e la «folla di visi» e prospettive percorre tutta la raccolta e viene lucidamente tematizzata: «Lascia che la terza persona parli e che loro rispondano», suggerisce un Coro, e in un testo intitolato Nomi qualcuno formula una domanda come: «Lei, cioè io, tende a cosa?», a cui la voce del soggetto risponde così: «Qui so rispondere: tendo alla terza persona». Bisogna aspettare l’ultimo verso dell’ultima poesia (Paesaggio) perché questa tensione trovi appagamento: il libro infatti termina significativamente con un «tagliente azzurro» che prende «il posto del paesaggio, della prima persona», realizzando così l’imperativo dell’amato Kafka posto in esergo alla sezione Mondo: «Tra te e il mondo scegli il mondo».
La moltiplicazione delle personae, in Dal balcone del corpo, si riflette anche sulla lingua: da un lato continua, infatti, quella «mobilitazione metalinguistica» (Testa) che ha sempre imposto all’Anedda di interrogare il linguaggio e di misurarne la presa sulla tragedia del reale (un solo esempio tra i tanti: «Come posso dire “massacro” / se i numeri ci frastornano e colano sulla realtà offuscandola?»); dall’altro l’autrice inserisce per la prima volta una sezione (Limba, cioè Lingua) in logudorese, sebbene “impuro”, in cui trovano posto sette struggenti Attittos (lamenti funebri) che prolungano il tema del lutto e della sofferenza cui alludono anche diversi riferimenti cristici (vedi titoli quali Cana o Getsemani) nella sezione Mondo.
Ne risulta un libro denso e inquieto, affidato a una lingua ricca di metafore capaci di abbattere la barriera tra incorporeo e concreto («un cucchiaio di consonanti», «luce piegata a sedie»), senza tuttavia cedere, di fronte al dramma del dolore universale e della colpa, «a quell’allusività che consente una scappatoia nell’armonia, nello sfumato della bella scrittura», come ammoniva la stessa Anedda in La luce delle cose (Feltrinelli 2000).

Massimo Gezzi

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