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Ho appena visitato, al Kunstmuseum di Berna, una bellissima mostra intitolata Ego documents. The autobiographical in Contemporary Art. Ventuno artisti, molti dei quali giovani o giovanissimi, in grado di produrre opere di grande fascino e presa sull’osservatore: se ne esce con la convizione rafforzata che niente, paradossalmente, è più impersonale e meno solipsistico di un’arte capace di partire dall’autobiografia o dalle proprie immediate vicinanze per farsi  veicolo di temi e interrogazioni inesauribili. Propongo tre artisti che mi hanno particolarmente impressionato: Annelies Štrba, fotografa svizzera di Zug, che in Shades of time giustappone anni di scatti ai suoi familiari e al loro ambiente vitale: nell’ambito della mostra le immagini, che nello slide show linkato si susseguono una dopo l’altra, vengono invece proiettate a serie simultanee di tre, accompagnate da musiche ossessivamente circolari come quella che attende il visitatore di www.strba.ch.

Un’altra artista di grande impatto è la svizzera Isabelle Krieg (Fribourg 1971). La mostra ospita il suo splendido Curriculum II: un cerchio di oggetti ammassati gli uni agli altri, come fossero deposito o macerie degli anni trascorsi: sedie, quaderni, phon, ferri da stiro, stelle filanti, cuscini, vecchie musicassette, cd, giocattoli, frammenti di altre installazioni. I materiali sono disposti in un cerchio lungo la cui circonferenza scorre continuamente (panta rei?) un rivolo d’acqua, mentre delle registrazioni diffondono, a intervalli, spezzoni sonori in cui si alternano letture, conversazioni, voci.

Molto bello anche il lavoro del fotografo statunitense Nicholas Nixon (1947), che in The Brown Sisters presenta trentatré scatti relativi ad altrettanti anni, dal 1975 al 2007: i soggetti sono sempre le quattro sorelle Brown del titolo (una delle quali è la moglie di Nixon), ritratte durante il tradizionale incontro annuale di famiglia. Come si vede, l’ordine in cui le donne si dispongono, da sinistra verso destra, non cambia mai. Il video qui sotto riproduce le trentatré foto di Nixon, ma credo che non si tratti di una buona trasposizione del suo lavoro: a parte la musica posticcia, l’osservatore, nella sala di esposizione, è costretto a una lunga passeggiata per ripercorrere il corso del tempo. Qui la dimensione fisica e “materiale” dell’opera viene completamente persa.

Un discorso a parte meriterebbe il notevole video del giovane (1974) videomaker albanese Anri Sala (Intervista – Finding the Words). Mi ripropongo di parlarne distesamente in un’altra occasione.