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Su “ArtesHoy – revista digital de las artes” (30 novembre 2012)

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Su «La Nueva España» on-line [qui].

 

(da «il manifesto», sabato 11 giugno)

Nel racconto della poesia italiana contemporanea Il respiro e lo sguardo (Bur 2005), Gian Mario Villalta presentava una linea di poeti la cui opera giudicava capace di radicarsi «in una realtà di coordinate geografiche e linguistiche precise», di elaborare «i dati provenienti da un’esistenza concreta» con una lingua ricomposta rispetto alle frantumazioni tipiche degli anni Sessanta e Settanta. A quella stessa linea potremmo ascrivere anche la poesia di Villalta (anche romanziere), di cui esce ora nella collana dello Specchio Vanità della mente (Mondadori), una sorta di raccolta-summa della produzione degli ultimi quindici anni, con un consistente numero di inediti.

Vanità della mente è un libro allo stesso tempo buio e luminoso. Specie nelle prime sezioni, Villalta immerge il lettore in un mondo perduto che agli inizi del suo percorso aveva raccontato mediante il dialetto (una variante del trevigiano rustico con sconfinamenti nel friulano), e che ora può essere rivissuto solo a partire dalla presa d’atto che quel mondo è definitivamente mutato, e con esso il «progetto di sé» che il poeta vi aveva elaborato. Il dialetto, dunque, che pure occupa una delle quindici sezioni del libro, abbandona l’autore, gli si rivolta contro (Revoltà è il titolo della sezione), sostituito da una lingua italiana limpidissima che Zinelli ha definito «scrittura bianca, ‘semplice’», con la quale prende forma un’esperienza per gran parte legata proprio al cronotopo perduto dell’infanzia, della campagna friulana. Capace di destare «dalle parole sapore e parole dai sapori», la poesia di Villalta disegna una costellazione di eventi e di figure laicamente numinose, spesso riemerse dalla memoria: ecco per esempio la Notte di San Nicolò, durante la quale i bambini aspettavano doni dal buio, o il ricordo dei tanti animali che popolavano le campagne. Solo che – anche così affiora il lato “oscuro” del libro, che non si arrende a morbidezze nostalgiche – di quegli animali si racconta (in prosa) la morte o la cruenta uccisione, con un’operazione che strania e raggela l’affettività comunicata dai titoli dei singoli componimenti (Porcellino, Coniglietto, Pulcino…). Da uno di questi affondi temporali risulta anche In pensiero di casa, in cui l’autore riapre le porte di una casa perduta (e si pensa al primo libro di De Signoribus, o a Nella casa riaperta di Buffoni): di quel passato, di quel «qualcosa che finisce», la memoria e la poesia cercano di salvare quanto è possibile («Proprio mi  / a dirlo – che no ò lassà ‘ndàr nissùn, / gnanca i morti»), a partire dalla presenza-assenza del fratello morto, rievocato dalla splendida sezione Atto unico. Altre volte, invece, la poesia perlustra i luoghi immersi in una luce bianca che «insidia la materia» e «svuota il cervello», rilevando per contrasto le enigmatiche sagome buie degli alberi (Nel buio degli alberi è un altro titolo di sezione) o quelle, spesso anonime, di figure sfuggenti, hopperiane (due amanti in un autogrill, un compagno di viaggio in una Stazione di servizio).

Partito dai difficili modelli di Celan e Zanzotto, di cui ha curato il Meridiano insieme a Dal Bianco, Villalta conferma il suo approdo a una lirica matura ed essenziale che dialoga sia con l’enigmatica chiarezza di Neri o Benedetti, sia con la voce perturbante di De Angelis: una lirica capace di raccontare e interrogare l’esperienza, così come di parlare frontalmente a un interlocutore che chi legge, di continuo, è chiamato a incarnare: «Per una volta non sia la parola o la colpa, / chiama tu, pronuncia le parole che più non hai detto / […] Adesso componi il numero, adesso chiedi».

 Massimo Gezzi

da: Poesia 2010-2011. Quindicesimo annuario, a cura di P. Febbraro e M. Marchesini, Perrone, Roma 2011

Classifica libri di poesia 2009:Recensione di Paolo Febbraro:


Esce oggi per Transeuropa In altre forme (En d’autres formes/In andere Formen), una silloge di dieci poesie (otto edite, due inedite) in italiano, francese e tedesco.

In altre forme raccoglie dieci poesie che parlano dell’impermanenza e del mutamento continuo di orizzonte che il nostro tempo ci impone, sgretolando sistematicamente le forme, gli spazi e le geometrie del nostro vivere. Ma il titolo, trilingue, dichiara anche il significato del processo di traduzione del testo poetico: non la trasposizione di un “contenuto” da una lingua all’altra, ma la modulazione di forme nuove, altre, la costruzione di un secondo e un terzo organismo che per leggi e proporzioni interne rispondano in qualche modo al primo. Le poesie sono presentate in italiano, nella traduzione francese di Mathilde Vischer e in quella tedesca di Jacqueline Aerne.

 

Il CD allegato


Bruto è il titolo dell’ultimo lavoro discografico di Roberto Zechini (con la formazione dei Limanaquequa). È il quarto cd di musiche originali che il chitarrista-compositore dedica alla musica per quintetto e sestetto. Bruto è il nome dell’irriverente personaggio letterario nato nel 1913 dalla penna di  Osvaldo Licini.

Roberto Zechini, chitarrista, compositore, ha studiato chitarra jazz e improvvisazione con G. Fewell del Berklee College of Music di Boston, con G. Zeppetella e R. Ciammarughi. Ha scritto e pubblicato diversi cd di musiche originali (Limanaquequa, Carla danza in un’altra Romagna, Pietraltrove, Triobù, Bruto), musiche per il teatro e per il cinema. Ha scritto e pubblicato musiche su opere di poeti e scrittori (tra cui E. De Signoribus, G. Raboni, A. Anedda, V. Magrelli, M. Gezzi, F. Scarabicchi, E. Siciliano, C. Pizzingrilli).

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(da «il manifesto», 19.01.2011)

Alcuni sostengono che la nuova generazione di poeti italiani sia molto debole, incapace di produrre opere che per novità e riuscita siano paragonabili a quelle scritte a loro tempo dai fratelli maggiori; altri credono, al contrario, che il meglio della letteratura italiana provenga al momento proprio dai nuovi poeti, prima che dai nuovi narratori. Eccone due, di questi poeti nuovi, spesso ai margini del mercato e dunque molto più in ombra dei loro colleghi prosatori.

Marco Giovenale, poco più che quarantenne ma già assai attivo sia come autore sia come promotore di poesia, esce per Donzelli con Shelter. Dopo La casa esposta del 2007 e il libro collettivo Prosa in prosa del 2009 (entrambi Le Lettere), Giovenale recupera in questa raccolta il tema, ossessivo e ambivalente, del rifugio-reclusione. Se shelter in inglese significa soprattutto “riparo, protezione”, Giovenale sfrutta il doppio senso italiano di “ricovero” per raccontare «una serie di spazi o reclusorî» che sono sia i luoghi reali e chiusi che la sua poesia fotografa (una casa abbandonata, il manicomio, la clinica, un’altra casa da cui qualcuno è scomparso…), sia le pagine, le sezioni in cui la stessa raccolta si articola. Scorrendola, il lettore si trova proiettato in una sorta di incubo in cui la stanza in cui si arriva è la stessa da cui si è partiti. Le microsezioni, infatti, si intitolano tutte clinica 1, e nessuna narrazione le collega in un plot. Anzi, l’autore ha a cuore solo «le vicende puntiformi» dei soggetti «prigionieri e battuti e illusi» (sue le parole virgolettate) che lampeggiano nei versi o che riversano nella pagina brandelli di discorso diretto. La scrittura di Giovenale svuota programmaticamente «il troppo-pieno del senso, della dichiarazione, della situazione netta spiegata descritta stagliata», sia disarticolando o sospendendo la sintassi; sia provocando accostamenti inattesi che sgretolano di continuo il discorso, rendendolo «un flusso stabilmente interrotto». L’ambiguitas annidata nel titolo, che più di un critico ha individuato come cifra stilistica dell’autore, alona persino le evidenze della logica, della non-contraddizione («Sono reali. Non sono reali. Sono reali. Una due»; «dopo poche ore sono passate molte ore»), mentre a volte basta un minimo slittamento del significante per provocare una slavina di senso («Gloria – di storia, scoria, rimàne rima»). Anche la prosa che costituisce la sezione II (solutus), fatta di monconi isolati di dialogo, partecipa di questa ambiguità: il testo è sì “sciolto” da rima e versificazione, ma anche da un senso capitalizzabile, pacificante. «Il signor W.» e «R.», personaggi cifrati, restano ombre, fantasmi imprendibili e inquietanti.

Da tutt’altra temperie stilistica è caratterizzata La divisione della gioia (Transeruopa), seconda raccolta organica di Italo Testa, poeta, traduttore e saggista non ancora quarantenne. Protagonisti di gran parte delle pagine di Testa sono i due pronomi-attanti tipici della lirica di ogni tempo: un io maschile, soggetto desiderante e poetante, e un tu femminile, destinatario dell’amore e dell’allocuzione. Anche in questo caso il titolo della raccolta ha significato ambivalente: se da un lato, infatti, esso traduce alla lettera il nome di una band amata e citata dall’autore (i Joy Division), dall’altro La divisione della gioia è un perfetto sommario della vicenda che il libro rappresenta, più che raccontare: gli incontri ripetuti tra due amanti, tra abbandoni alla dolcezza e al desiderio sessuale e improvvisi allontanamenti e oscillazioni, fino alla conclusione sospesa, in forma di sonetto, tra «felicità inattesa» e mancanza. A cornice di questa vicenda e di questi eventi, che sono quelli vissuti da ognuno, Testa evoca uno sfondo terso e luminoso, intessuto di luoghi (il delta del Po), alberi e aironi che, secondo la lezione del grande pittore Hopper richiamato in epigrafe, interessano più per la loro nuda evidenza che per i simbolismi che potrebbero innestare. Tanto più che la sensuale fenomenologia della luce «sul volto lucente del mondo» di continuo indagata dall’autore non ha sempre valenza “positiva”: può essere «ostile», al pari della «linea ostile dell’orizzonte», così come le acque sanno essere «distanti, gelide e infeconde». Così, dopo un prologo in movimento sullo sfondo post-industriale e albale di Marghera e dei vari Cantieri (questo il titolo della prima sezione), dove «ogni cosa […] / si mostra incomprensibile e chiara», Testa ripercorre una vicenda fatta di giorni al contempo ordinari e irripetibili, di attimi insieme «gioiosi e vani», insidiati dalla fragilità e dalla generale caducità che persino la forma dei testi, di continuo variata e mai del tutto chiusa nemmeno sul piano della sintassi, sembrerebbe voler significare.

Massimo Gezzi

PORTO SANT’ELPIDIO - VENERDì 7 GENNAIO 2011, ore 21.15

VILLA MURRI – SALA DEL PIANOFORTE

Massimo Gezzi presenta “L’ora felice”

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di Francesco Scarabicchi

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