Clippings


Mark Strand

From Dark Harbour. A Poem, 1993

XVI

It is true, as someone has said, that in
A world without heaven all is farewell.
Whether you wave your hand or not,

It is farewell, and if no tears come to your eyes
It is still farewell, and if you pretend not to notice,
Hating what passes, it is still farewell.

Farewell no matter what. And the palms as they lean
Over the green, bright lagoon, and the pelicans
Diving, and the glistening bodies of bathers resting,

Are stages in an ultimate stillness, and the movement
Of sand, and of wind, and the secret moves of the body
Are part of the same, a simplicity that turns being

Into an occasion for mourning, or into an occasion
Worth celebrating, for what else does one do,
Feeling the weight of the pelicans’ wings,

The density of the palms’ shadows, the cells that darken
The backs of bathers? These are beyond the distortions
Of change, beyond the evasions of music. The end

Is enacted again and again. And we feel it
In the temptations of sleep, in the moon’s ripening,
In the wine as it waits in the glass.

Is for Brooke Hopkins. The someone alluded to is Wallace Stevens.

.

* * *

.

XVI

È vero, come ha detto qualcuno, che
in un mondo senza paradiso tutto è addio.
Sia che tu saluti con la mano o no,

è addio, e se non ti salgono le lacrime agli occhi
è addio lo stesso, e se fingi di non accorgerti,
odiando ciò che passa, è addio lo stesso.

Addio e basta. E le palme nel piegarsi
sulla laguna verde e splendente, e i pellicani
in picchiata, e i corpi lustri dei bagnanti che riposano,

sono stadi di un’immobilità estrema, e il movimento
della sabbia, e del vento, e le movenze segrete del corpo
sono parte dello stesso insieme, una semplicità che trasforma l’essere

in occasione di lutto, o in un’occasione
per cui valga far festa, perché che altro si fa,
nel sentire il peso delle ali dei pellicani,

la densità delle ombre delle palme, le cellule che scuriscono
le schiene dei bagnanti? Sono al di là delle distorsioni
del caso, oltre le evasioni della musica. La fine

è messa in atto senza tregua. E la sentiamo
nelle lusinghe del sonno, nella luna che matura,
nel vino mentre attende nel bicchiere.

È per Brooke Hopkins. Il qualcuno cui si allude è Wallace Stevens.

(Traduzione di Damiano Abeni, in M. Strand, L’inizio di una sedia, a cura di D. Abeni, Donzelli, Roma  1999, pp.  64-65).

«E la mia presa di posizione valga pure, se si vuole, come una apologia antirepressiva di ogni letteratura che se la meriti. Nel lungo poema tramandato come classico per millenni, o in una frase pronunciata una volta in privato e che nessuno registra, ringraziamo lo stesso tipo di discorso: quello che reca istituzionalmente con sé – anche quando scaturisce dalle circostanze di realtà più soffocanti – non soltanto una illuminazione di verità ma anche un barlume di festa. Esso può molto aiutare gli uomini affinché, con le parole di Freud che sono contento di citare una seconda volta, “connettano a tal punto la loro vita a quella degli altri, riescano a identificarsi con gli altri così intimamente, che l’accorciamento della durata vitale propria ne risulti sormontabile”. Se questo in particolare è vero, il piacere procurato dalla letteratura ha una utilità ben più durevole per gli uomini che non le scappatoie infide del lapsus, le difese penose del sintomo e l’appagamento allucinatorio del sogno».

F. Orlando, Per una teoria freudiana della letteratura, Einaudi, Torino 1973, p. 89.

«Rumore di carte mischiate e distribuite. Denise guardò il cielo che conficcava forchette di lampi nell’insalata di alberi all’orizzonte dell’Illinois».

(J. Franzen, Le correzioni, trad. it. di S. Pareschi, Einaudi, Torino 2002, p. 379).

Alice di Jan Švankmajer (1988)

«Quando Marx descrive la folle circolazione del capitale che si autoalimenta, il cui solipsistico cammino di atuofecondazione raggiunge il suo apogeo nelle attuali speculazioni meta-riflessive sul futuro, è troppo semplicistico affermare che lo spettro di questo mostro che crea se stesso proseguendo il suo cammino senza preoccuparsi minimamente né dell’ambiente né dell’uomo, è un’astrazione ideologica, e che non si dovrebbe mai dimenticare che ci sono persone reali e oggetti naturali sulle cui capacità produttive e risorse si basa la circolazione del capitale, e di cui il capitale si alimenta come un grande parassita. Il problema è che questa “astrazione” non esiste solo nella nostra (dello speculatore finanziario) concezione distorta della realtà sociale; è “reale”, nel preciso senso di determinare proprio la struttura dei processi sociali materiali: il destino d’interi strati della popolazione, e a volte di Paesi interi, può essere deciso dalla danza speculativa “solipsistica” del capitale, che insegue il suo obiettivo di profitto con beata indifferenza rispetto a come questo movimento inciderà sulla realtà sociale. Questa è la fondamentale violenza sistemica del capitale, che è molto più misteriosa della diretta violenza socio-ideologica pre-capitalista: questa violenza non è più attribuibile a individui in carne e ossa e alle loro “cattive” intenzioni; è puramente “oggettiva”, sistemica, anonima.»

S. Žižek, La fragilità dell’assoluto, Transeuropa, Massa 2007, p. 22.

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