luglio 2011



Gelsi e Mattoni (da L’attimo dopo, Sossella 2009) tradotte da Damiano Abeni e Moira Egan

Asymptote is an exciting new international journal dedicated to literary translation and bringing together in one place the best in contemporary writing. We are interested in encounters between languages and the consequences of these encounters. Though a translation may never fully replicate the original in effect (thus our name, “asymptote”: the dotted line on a graph that a mathematical function may tend towards but never reach), it is in itself an act of creation.

(da «Punto. Almanacco della poesia italiana», anno I, n.1, maggio 2011, puntoacapo).

Accolto con favore dalla critica, L’attimo dopo di Massimo Gezzi (1976), è un libro da leggere e rileggere con cura, sui cui esiti, soluzioni e scenari occorrerà tornare a confrontarsi molto a lungo, mentre già alcuni testi si fissano nella memoria di chi legge, una antologia quasi, per quiddità di stile, lucidità e intensità di sguardo: Sul molo di Civitanova, Grottammare, Marco Polo, 32 anni dopo, Gelsi, Poco prima. Una conferma non scontata, dopo Il mare a destra (2004), che lo proietta in avanti, ben oltre le categorie generazionali in via di archiviazione, e oltre confine, in dialogo con la poesia che si fa in Europa e in area anglo-americana. L’impianto prosodico-ritmico e l’ampiezza di spettro delle strutture strofiche classicamente informali tende ad arcate versali contrassegnate da un sorvegliato, elettivo understatement: nulla di esornativo o di vieppiù linguisticamente esibito, tutto ricondotto a una medietà di lingua e tonalità che si rivelano gli strumenti più congrui alle possibilità di dire, ovvero: descrivere, elencare, registrare, osservare e immaginare (un verbo che ricorre, anche sorprendentemente, liberato da ogni ipostasi di pensiero) gli stadi dell’esistere ridotto all’osso, alla traccia minima, alla “insorgenza di luce” cui nessuno fa più caso, alle “ombre delle piante/ che impercettibilmente si allungano” a un sussulto di precarietà, pietas rerum che si fa Stimmung. Dire ben oltre gli addentellati di realtà socio-politico-economica, nelle riverberazioni della Storia che, per altri versi sottendono analogie con certo Buffoni, con il Pusterla delle vite marginali, e che incontra storie minime, domestiche e feriali; dire ad includendum nella gamma di corde e argomentazioni riverberanti condizioni dell’io escluso, attualizzato in modalità nuove per scelte di gusto, e repertuale; un non egotico soggetto lirico che si segnala, malgré tout, inestinguibile, in costante relazione sebbene tenuto A distanza di muri, con gli esseri adiacenti, in adeguamento con le cose, in ascolto e dialogo con l’esistente e materico, col presente ricognitivo di storie, scorie, “minimo orizzonte“, “organismi piccolissimi“, particelle infinitesime di vita, o dei suoi resti: non parrà fuori luogo una certa analogia con la scrittura archeologica, mineraria, dei rinvenimenti di vite nelle torbiere della poesia di Heaney: “oppure se è come/ se non fossero affatto transitati/ in quella terra, stinti del tutto, divorati da insetti” (Reperti). Gezzi sembra tra i pochissimi in grado di rendere, verrebbe da dire: di restituire, il senso dell’avventura della poesia del secondo Novecento italiano. Dove più che a Montale e a Cattafi si intravvede una sensibilità affine al Sereni e al Luzi delle raccolte degli anni ‘50-’60. Anche questo viene in mente leggendo L’attimo dopo: il giovane autore intento ad assorbire in maniera del tutto autonoma e personale, non ecolalica, accenti e modalità di tradizione: sarà un caso, ma basti notare, ad esempio, un qualche nesso parentelare cortocircuitato dall’uso della congiunzione ‘mentre’ con l’analogo uso luziano (rinvio a G. Orelli, Sul “mentre” nella poesia di Luzi, «Strumenti critici», IV, 11 febbraio 1970) che appare nelle raccolte degli anni ’60: più innovative nell’impianto e più attente alla registrazione dei mutati scenari linguistico-culturali, antropologici-materici. Come Nel magma, così L’attimo dopo registra una “scenografia provvisoria”, l’ora incerta della luce a un nodo e ad uno snodo delle epoche e delle lingue: “poco prima/ che scocchi il rintocco sul quadrante/ e si popolino di altri le stanze/ che occupavamo noi.

Manuel Cohen

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