(da «il manifesto», sabato 11 giugno)

Nel racconto della poesia italiana contemporanea Il respiro e lo sguardo (Bur 2005), Gian Mario Villalta presentava una linea di poeti la cui opera giudicava capace di radicarsi «in una realtà di coordinate geografiche e linguistiche precise», di elaborare «i dati provenienti da un’esistenza concreta» con una lingua ricomposta rispetto alle frantumazioni tipiche degli anni Sessanta e Settanta. A quella stessa linea potremmo ascrivere anche la poesia di Villalta (anche romanziere), di cui esce ora nella collana dello Specchio Vanità della mente (Mondadori), una sorta di raccolta-summa della produzione degli ultimi quindici anni, con un consistente numero di inediti.

Vanità della mente è un libro allo stesso tempo buio e luminoso. Specie nelle prime sezioni, Villalta immerge il lettore in un mondo perduto che agli inizi del suo percorso aveva raccontato mediante il dialetto (una variante del trevigiano rustico con sconfinamenti nel friulano), e che ora può essere rivissuto solo a partire dalla presa d’atto che quel mondo è definitivamente mutato, e con esso il «progetto di sé» che il poeta vi aveva elaborato. Il dialetto, dunque, che pure occupa una delle quindici sezioni del libro, abbandona l’autore, gli si rivolta contro (Revoltà è il titolo della sezione), sostituito da una lingua italiana limpidissima che Zinelli ha definito «scrittura bianca, ‘semplice’», con la quale prende forma un’esperienza per gran parte legata proprio al cronotopo perduto dell’infanzia, della campagna friulana. Capace di destare «dalle parole sapore e parole dai sapori», la poesia di Villalta disegna una costellazione di eventi e di figure laicamente numinose, spesso riemerse dalla memoria: ecco per esempio la Notte di San Nicolò, durante la quale i bambini aspettavano doni dal buio, o il ricordo dei tanti animali che popolavano le campagne. Solo che – anche così affiora il lato “oscuro” del libro, che non si arrende a morbidezze nostalgiche – di quegli animali si racconta (in prosa) la morte o la cruenta uccisione, con un’operazione che strania e raggela l’affettività comunicata dai titoli dei singoli componimenti (Porcellino, Coniglietto, Pulcino…). Da uno di questi affondi temporali risulta anche In pensiero di casa, in cui l’autore riapre le porte di una casa perduta (e si pensa al primo libro di De Signoribus, o a Nella casa riaperta di Buffoni): di quel passato, di quel «qualcosa che finisce», la memoria e la poesia cercano di salvare quanto è possibile («Proprio mi  / a dirlo – che no ò lassà ‘ndàr nissùn, / gnanca i morti»), a partire dalla presenza-assenza del fratello morto, rievocato dalla splendida sezione Atto unico. Altre volte, invece, la poesia perlustra i luoghi immersi in una luce bianca che «insidia la materia» e «svuota il cervello», rilevando per contrasto le enigmatiche sagome buie degli alberi (Nel buio degli alberi è un altro titolo di sezione) o quelle, spesso anonime, di figure sfuggenti, hopperiane (due amanti in un autogrill, un compagno di viaggio in una Stazione di servizio).

Partito dai difficili modelli di Celan e Zanzotto, di cui ha curato il Meridiano insieme a Dal Bianco, Villalta conferma il suo approdo a una lirica matura ed essenziale che dialoga sia con l’enigmatica chiarezza di Neri o Benedetti, sia con la voce perturbante di De Angelis: una lirica capace di raccontare e interrogare l’esperienza, così come di parlare frontalmente a un interlocutore che chi legge, di continuo, è chiamato a incarnare: «Per una volta non sia la parola o la colpa, / chiama tu, pronuncia le parole che più non hai detto / […] Adesso componi il numero, adesso chiedi».

 Massimo Gezzi

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