(da «il manifesto», 18.07.2010, con tagli)

Due scrittori conterranei, due compleanni tondi. Luigi Di Ruscio, poeta e narratore nato a Fermo nel 1930 ed emigrato in Norvegia nel 1957; e Angelo Ferracuti, autore di romanzi e reportages nato a Fermo nel 1960 e mai partito dalla sua città. Per celebrare il loro doppio compleanno, Transeuropa manda in libreria un libretto di due racconti intitolato 50/80, accompagnato da un cd di musiche di Paolo Capodacqua (Un deux trois, Storie di Note), come prevede la formula della nuova collana “Inaudita”. Al centro, fra i due pezzi, un gruppo di belle foto di Ennio Brilli che ritrae i due scrittori insieme, nella loro città natale.

Coglie nel segno Massimo Raffaeli, estensore della prefazione, quando scrive che i due racconti di Di Ruscio e Ferracuti, rispettivamente intitolati Vicolo Borgia e Un barbaro, «stanno insieme come un prima e un dopo perché sono due immagini di uno stesso paese, virtualmente del nostro Paese». Vicolo Borgia, che rielabora parti del mirabile zibaldone autobiografico che Di Ruscio pubblicò l’anno scorso sotto il titolo di Cristi polverizzati (Le Lettere 2009), è un’immersione nella provincia marchigiana degli anni Trenta e Quaranta, in cui ai tetri e «mortuari» riti cattolici e fascisti dell’epoca si oppone l’esplosione della vitalità adolescenziale e istintiva del giovane protagonista. Il vicolo del paese, custode di un dialetto antico poi distrutto o imbastardito dalla tv, è la quinta su cui Di Ruscio proietta i suoi irresistibili e miseri personaggi, eredi di quelli che popolavano già Palmiro, il libro con cui nel 1986 lo scrittore di Fermo si palesò come narratore, a più di trent’anni dal folgorante esordio da poeta (1953). Muratori (tra cui il padre), braccianti, “gattari” che campano ammazzando i gatti, a loro volta disperati per la fame, sono i personaggi resuscitati dalla vivida e pungente memoria del vecchio Luigi, che non manca di restituirci lo stupore assoluto provocato dalla scoperta infantile del mondo della natura: «un mondo completamente tranquillo e capito», animato da un Iddio ridente (titolo di una raccolta del 2008) che nulla ha a che vedere con «il macabro giudice che contava tutte le masturbazioni pugnette» della pedagogia cattolica.

Angelo Ferracuti, che aveva esordito nel 1993 con una raccolta di racconti intitolata Norvegia in diretto omaggio all’amico emigrato, inventa qui un personaggio complesso: «scontroso, attaccabrighe e violento, senza eguali nella competizione», come lo definisce il figlio che racconta la storia, eppure al contempo vittima di «un benessere che non lo vuole e che non lui non vuole» (Raffaeli), oltre che dell’arroganza di uno dei tanti affatisti dell’edilizia nostrana dediti alla devastazione sistematica del paesaggio. Licenziato dalla sua ditta e poi rappresentante di commercio, divorziato, cacciatore e fumatore di sigari, il «barbaro» Ferruccio Macchi finisce per sfogare la frustrazione e la rabbia accumulate da una vita sparando contro le nuove villette in costruzione che gli impedirebbero l’ultima “evasione” possibile: la contemplazione, in lontananza, del Monte Vettore. L’epilogo, tragico, lo lasciamo intuire al lettore. Così, in poche pagine, Ferracuti raccorda la sua naturale vocazione al racconto con l’attenzione per i problemi del lavoro e del territorio che da anni indirizza la sua scrittura e i suoi libri (per esempio l’ultimo: Il mondo in una regione. Storie di migranti nelle Marche, Ediesse 2009, fatto di reportages corredati dalle foto di Daniele Maurizi).

Due scrittori, insomma, che si ostinano a proporci «immagini di verità e di dignità umana» (Raffaeli), e ai quali, anche per questo, vanno espressi i nostri migliori auguri di buon 80° e 50° compleanno. Ad maiora!