
(da «il manifesto», 13 settembre 2009).
Il poeta che più ha condizionato la poesia lirica degli ultimi settecento anni, Francesco Petrarca, scelse di iniziare il suo canzoniere con un pronome che è anche un vocativo assoluto. Non “io” o “tu”, però, ma “Voi ch’ascoltate”: così l’io lirico si distingue immediatamente dal suo immaginario uditorio, che sarà spettatore e giudice del suo “giovenile errore”. Non è che Petrarca c’entri poi tanto, con l’ultima raccolta di Umberto Fiori, intitolata proprio Voi (Mondadori, € 14). Eppure la trovata dell’ex-cantante degli Stormy Six in qualche modo nasce anche come dialogo con una tradizione e un genere che da quelle parti trovano le loro robuste e longeve radici. Il libro di Fiori si configura come un poemetto insieme coerente e imprevedibile (un canzoniere?), in cui dialogano (o monologano) due personaggi, o meglio due persone, ovvero un “io” e un “voi” che si escludono ma anche si fondano a vicenda: “Senza di voi, / io sarebbe una spinta vuota nel vuoto”, scrive Fiori; oppure: “Voi siete tutti. // Meno uno, è vero”. Il poemetto scava a fondo in questa dialettica: l’io fronteggia un voi indefinito che con il solo fatto di esistere, nel mondo e sulla pagina, rinfaccia alla prima persona la sua colpa indelebile: “Ecco l’accusa: il muro, / la strada, il glicine, brillano / negli occhi di qualcuno. / Io. Uno. / E uno è troppo poco”. Di fronte a tale presenza anonima e mutevole l’io si sente braccato: è “senza amore, senza gioia”; al bene è capace appena di fare il verso; è “un vizio, / un muro cieco, un mostro”. Sono gli altri, al contrario, ad essere “umani, così miti e comprensivi”, incarnando il “bene” o la “potenza”, che in un paio di testi assume persino attributi cristici (“L’acqua diventa vino, il male bene, / la morte vita”). Sicché la sottile e ambigua soglia che separa “io” da “voi” è in realtà un abisso che si vorrebbe attraversare: “Potrò essere mai / dalla vostra parte?”. Se il libro di Fiori fosse tutto qui, però, sarebbe ben poco. Il fatto è che, invece, l’io parlante complica di continuo le cose: non solo perché, nel mondo come nella poesia, ogni “io” è a sua volta un “voi”, solo che muti la prospettiva da cui si guarda, ma anche perché l’atteggiamento con cui si provoca il dialogo, che a volte si infrange contro il muro tipografico dei puntini sospensivi, cambia a ogni voltar di pagina: così questi anonimi signori, che nei versi iniziali disprezzano chi li interpella, diventano a loro volta “pezzi di merda” (la poesia di Fiori pullula di risse!), palesano le loro disperazioni domestiche, o deludono l’osservatore che vorrebbe tremare “di sgomento e di gioia” davanti a loro. Succede persino, a un tratto, che chi parla ricordi con nostalgia un inattingibile “prima” in cui le due persone sembravano fuse in un’armonia di voci e di presenze, quel Tutti che dava il titolo alla terza raccolta di Fiori (1998). Una delle dimensioni nascoste del libro, infatti, è il tempo: il “voi” metamorfico (passeggeri, degenti, spettatori di un concerto…) può anche assumere le fattezze di bambini mascherati per il carnevale, pronti a rinfacciare all’io-compagno di giochi il suo muso di scimpanzé, o il costume troppo grande. A poco varranno allora, verrebbe da pensare, la preghiera finale (“prendetemi, liberatemi / di me”) e l’offerta estrema che l’io fa di sé (“Solo la faccia mi resta. // Eccola: è vostra”): il lettore chiude il volume con il ragionevole dubbio che io e voi, come Clov e Hamm nel beckettiano Finale di partita richiamato in epigrafe, non potranno mai davvero fondersi, né fare a meno l’uno dell’altro.
Massimo Gezzi