giugno 2009


Dentro la sera - Scritture, letture e visioni  sul sagrato

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Serata marchigiana

Angelo Ferracuti, Massimo Gezzi e  Adelelmo Ruggieri ,

accompagnati da Andrea Cortellessa

Ore 19,00 –  Chiesa di San Leone

Oggi pomeriggio, a Roma, è scomparso improvvisamente il poeta Vito Riviello. Un piccolo ricordo, con un pensiero e un abbraccio per Lidia.

(da «il manifesto», 8 giugno 2009)

«Dove il fitto bosco / scendeva con avvallamento profondo / verso un luogo nascosto / a un tratto gigantesco, / appariva mutato l’aspetto degli alberi / in quel punto / prendeva nome di orrido». Basterebbero questi pochi, celebri versi del 1992 per compendiare la continua attenzione che la poesia di Giampiero Neri ha sempre nutrito verso il Teatro naturale, come recitava un felice titolo del 1998 riassuntivo di vent’anni di parchissima scrittura. Ora quei Paesaggi inospiti (Mondadori, € 12) sono assurti a titolo della nuova raccolta del poeta di Erba, ancora più misurata ed essenziale, se possibile, della precedente Armi e mestieri (2004). L’etichetta paratestuale, in ogni modo, non deve ingannare: delle due parti di cui si compone il libro, infatti, solo la prima, eponima, si concentra in modo esclusivo sulle enigmatiche e impassibili figure naturali che vivono da sempre nelle pagine di Neri: le poiane, gli uccelli di passo, il ghiro dalla lunga coda, la Natrice dal collare che s’impossessa delle vasche per le piante acquatiche. La seconda sezione, denominata Piano d’erba e suddivisa a sua volta in due parti, è invece popolata da una fitta costellazione di perturbanti apparizioni umane che evadono dal passato e tornano a baluginare, come brevi miraggi o spezzoni di sogno, nel bianco della pagina. Già Maurizio Cucchi, nell’introduzione all’Oscar del 2007 comprensivo di tutte le poesie di Neri, aveva parlato di “fotogrammi” provvisti di «un carico cangiante di virtualità», mentre Enrico Testa in Dopo la lirica (Einaudi 2004) notava che i frammenti di passato, per questo poeta così reticente, sono dicibili «solo a patto di travestimenti e lacune». L’impressione, a leggere questi versi, è che tali frammenti negli ultimi anni stiano emergendo con più energia e ricorsività, tendendo a formare una sorta di intermittente campionario di immagini che negli anni sembrano acquisire maggiore precisione di dettaglio. Così accanto a un misterioso «ragazzo sui trampoli» che si affaccia a un terrazzo, o a «quel tipo magro, giallognolo» che perde sangue della bocca, il lettore di Neri incrocia in queste pagine figure che in qualche modo gli tornano familiari: per esempio «Quell’anziano assicuratore / che teneva in ufficio una civetta», già incontrato in Armi e mestieri; o l’amico del padre che continua ossessivamente ad annunciarne la morte al figlio, lasciando cadere la bicicletta davanti alla scalinata dell’amato Terragni; o ancora «quel vecchio bevitore» incontrato da un ragazzo (il giovane Giampietro Pontiggia?) che da una raccolta all’altra prosegue il dialogo con lui. Anche i luoghi e gli spazi sembrano precisarsi: «la grande terrazza deserta di voci» ritratta in Paesaggi inospiti, per esempio, pare lo stesso «grande terrazzo» vuoto su cui si chiudeva Armi e mestieri. Solo che nel nuovo libro di quella casa ci viene persino svelato l’indirizzo («Via Mainoni»): forse la memoria di Neri sta prodigandosi per comporre sulla pagina quante più tessere o frammenti possibili, nel tentativo di salvarsi e di salvarli dal silenzio.

Massimo Gezzi

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