Febbraio 2009


Mark Strand

From Dark Harbour. A Poem, 1993

XVI

It is true, as someone has said, that in
A world without heaven all is farewell.
Whether you wave your hand or not,

It is farewell, and if no tears come to your eyes
It is still farewell, and if you pretend not to notice,
Hating what passes, it is still farewell.

Farewell no matter what. And the palms as they lean
Over the green, bright lagoon, and the pelicans
Diving, and the glistening bodies of bathers resting,

Are stages in an ultimate stillness, and the movement
Of sand, and of wind, and the secret moves of the body
Are part of the same, a simplicity that turns being

Into an occasion for mourning, or into an occasion
Worth celebrating, for what else does one do,
Feeling the weight of the pelicans’ wings,

The density of the palms’ shadows, the cells that darken
The backs of bathers? These are beyond the distortions
Of change, beyond the evasions of music. The end

Is enacted again and again. And we feel it
In the temptations of sleep, in the moon’s ripening,
In the wine as it waits in the glass.

Is for Brooke Hopkins. The someone alluded to is Wallace Stevens.

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* * *

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XVI

È vero, come ha detto qualcuno, che
in un mondo senza paradiso tutto è addio.
Sia che tu saluti con la mano o no,

è addio, e se non ti salgono le lacrime agli occhi
è addio lo stesso, e se fingi di non accorgerti,
odiando ciò che passa, è addio lo stesso.

Addio e basta. E le palme nel piegarsi
sulla laguna verde e splendente, e i pellicani
in picchiata, e i corpi lustri dei bagnanti che riposano,

sono stadi di un’immobilità estrema, e il movimento
della sabbia, e del vento, e le movenze segrete del corpo
sono parte dello stesso insieme, una semplicità che trasforma l’essere

in occasione di lutto, o in un’occasione
per cui valga far festa, perché che altro si fa,
nel sentire il peso delle ali dei pellicani,

la densità delle ombre delle palme, le cellule che scuriscono
le schiene dei bagnanti? Sono al di là delle distorsioni
del caso, oltre le evasioni della musica. La fine

è messa in atto senza tregua. E la sentiamo
nelle lusinghe del sonno, nella luna che matura,
nel vino mentre attende nel bicchiere.

È per Brooke Hopkins. Il qualcuno cui si allude è Wallace Stevens.

(Traduzione di Damiano Abeni, in M. Strand, L’inizio di una sedia, a cura di D. Abeni, Donzelli, Roma  1999, pp.  64-65).

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Ho appena visitato, al Kunstmuseum di Berna, una bellissima mostra intitolata Ego documents. The autobiographical in Contemporary Art. Ventuno artisti, molti dei quali giovani o giovanissimi, in grado di produrre opere di grande fascino e presa sull’osservatore: se ne esce con la convizione rafforzata che niente, paradossalmente, è più impersonale e meno solipsistico di un’arte capace di partire dall’autobiografia o dalle proprie immediate vicinanze per farsi  veicolo di temi e interrogazioni inesauribili. Propongo tre artisti che mi hanno particolarmente impressionato: Annelies Štrba, fotografa svizzera di Zug, che in Shades of time giustappone anni di scatti ai suoi familiari e al loro ambiente vitale: nell’ambito della mostra le immagini, che nello slide show linkato si susseguono una dopo l’altra, vengono invece proiettate a serie simultanee di tre, accompagnate da musiche ossessivamente circolari come quella che attende il visitatore di www.strba.ch.

Un’altra artista di grande impatto è la svizzera Isabelle Krieg (Fribourg 1971). La mostra ospita il suo splendido Curriculum II: un cerchio di oggetti ammassati gli uni agli altri, come fossero deposito o macerie degli anni trascorsi: sedie, quaderni, phon, ferri da stiro, stelle filanti, cuscini, vecchie musicassette, cd, giocattoli, frammenti di altre installazioni. I materiali sono disposti in un cerchio lungo la cui circonferenza scorre continuamente (panta rei?) un rivolo d’acqua, mentre delle registrazioni diffondono, a intervalli, spezzoni sonori in cui si alternano letture, conversazioni, voci.

Molto bello anche il lavoro del fotografo statunitense Nicholas Nixon (1947), che in The Brown Sisters presenta trentatré scatti relativi ad altrettanti anni, dal 1975 al 2007: i soggetti sono sempre le quattro sorelle Brown del titolo (una delle quali è la moglie di Nixon), ritratte durante il tradizionale incontro annuale di famiglia. Come si vede, l’ordine in cui le donne si dispongono, da sinistra verso destra, non cambia mai. Il video qui sotto riproduce le trentatré foto di Nixon, ma credo che non si tratti di una buona trasposizione del suo lavoro: a parte la musica posticcia, l’osservatore, nella sala di esposizione, è costretto a una lunga passeggiata per ripercorrere il corso del tempo. Qui la dimensione fisica e “materiale” dell’opera viene completamente persa.

Un discorso a parte meriterebbe il notevole video del giovane (1974) videomaker albanese Anri Sala (Intervista – Finding the Words). Mi ripropongo di parlarne distesamente in un’altra occasione.

«E la mia presa di posizione valga pure, se si vuole, come una apologia antirepressiva di ogni letteratura che se la meriti. Nel lungo poema tramandato come classico per millenni, o in una frase pronunciata una volta in privato e che nessuno registra, ringraziamo lo stesso tipo di discorso: quello che reca istituzionalmente con sé – anche quando scaturisce dalle circostanze di realtà più soffocanti – non soltanto una illuminazione di verità ma anche un barlume di festa. Esso può molto aiutare gli uomini affinché, con le parole di Freud che sono contento di citare una seconda volta, “connettano a tal punto la loro vita a quella degli altri, riescano a identificarsi con gli altri così intimamente, che l’accorciamento della durata vitale propria ne risulti sormontabile”. Se questo in particolare è vero, il piacere procurato dalla letteratura ha una utilità ben più durevole per gli uomini che non le scappatoie infide del lapsus, le difese penose del sintomo e l’appagamento allucinatorio del sogno».

F. Orlando, Per una teoria freudiana della letteratura, Einaudi, Torino 1973, p. 89.