(da «il manifesto», 17 gennaio 2009)
Poeta in lingua e in dialetto friulano, autore di due romanzi profondamente diversi tra loro (il neo-espressionista Diario di bordo della rosa, peQuod 1999, e il gotico-morale L’eterna notte dei Bosconero, Rizzoli 2006), traduttore di antichi e moderni, saggista, filologo e recensore (sulle pagine di “Liberazione”), Santi occupa ora con La guerra civile in Italia (Sartorio 2008, € 13,50) un’altra casella nella tabella dei generi, quella riservata alla raccolta di racconti brevi, sebbene la maggior parte delle quattordici narrazioni contenute nel volume in esame sia già apparsa in varie riviste. È un vero piacere aprire questo libro: primo perché la misura del racconto, a parere di chi scrive, è forse la più naturalmente congeniale a questo giovane scrittore; in secondo luogo perché i racconti di Santi non si ripetono mai, costringendo chi legge a un continuo esercizio di attenzione e di correzione della messa a fuoco. È il lettore, infatti, che deve imparare a costruirsi l’impalacatura civile suggerita dal titolo: tramutando in narratori ora un turista annoiato dalla vita che spera di cadere vittima di qualche attentato, ora un arabo addetto alla vendita di bibite e “bamba” in un cinema della provincia di Como, ora una giovane commessa di Serravalle Scrivia, Santi riesce a dipingere un ritratto mosso e polifonico della nostra Italietta, senza cadere nella retorica un po’ tribunizia e ormai invecchiata della letteratura “impegnata”, ma senza neanche evadere nella trasfigurazione del reale: si riconoscono benissimo, in queste pagine, i turisti neo-capitalisti in cerca di forti emozioni, magari in diretta tv, o i razzistelli dalle labbra sapide (“Cammelliere!”, “Ehi balòss d’un beduino”), o ancora i datori di lavoro che sottopongono a mobbing i loro dipendenti. Santi sa muoversi su più registri e più toni: così accanto alla narrazione caustica o al racconto allucinato di una battaglia combattuta a colpi di escrementi da un protagonista risucchiato, in stile Trainspotting, dal water di un treno, chi legge incontra anche personaggi drammatici (“umoristici”, avrebbe detto Pirandello), come una vecchia signora di 82 anni che muore in discoteca sulle note del Gioca jouer di Cecchetto, o un guidatore che attraversa Gorizia e il carso isontino rievocandone il tragico passato con grande intensità. A volte la persona che dice io, poi, è così simile a quella dell’autore che è davvero impossibile non pensare all’autobiografia: come quando il personaggio-narratore rievoca, in Caustico televisivo (Diario mediatico), la sua incursione, da poeta, al Maurizio Costanzo Show, dando luogo a un divertente brano narrativo ma anche a una risentita riflessione sulla marginalità della poesia e sull’inarginabile idiozia dei salotti televisivi.
Massimo Gezzi



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