Novembre 2008


BERNA (SVIZZERA) - SABATO 29 NOVEMBRE, ore 9.30-19

UNITOBLER, LERCHENWEG 36, AULA F-121

GIORNATA DI STUDIO:

L’autocommento nella poesia del Novecento:
Italia e Svizzera italiana

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Programma

Pietro De Marchi (Univ. Zürich), Per una tipologia dell’autocommento in Giorgio Orelli:
note, autoletture, autocommenti impliciti

Massimo Gezzi (Univ. Bern), Antonio Porta nel fare poesia

Maria Antonietta Grignani (Univ. di Pavia), Autocommenti obliqui in Vittorio Sereni

Stefano Prandi (Univ. Bern), Problemi dell’autocommento novecentesco

Valter Leonardo Puccetti (Univ. di Lecce), Amelia dinanzi a se stessa:
“fatti estremi” e “vita balorda”

Fabio Pusterla, Dal nulla al troppo: i rischi del dire e quelli del tacere

Filippo Secchieri (Univ. di Ferrara), Luoghi e modi dell’autocommento

Rodolfo Zucco (Univ. di Udine), Commento e autocommento: esperienze editoriali

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Orari e programma dettagliato qui.

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FANO - VENERDì 14 NOVEMBRE, ore 17

BIBLIOTECA FEDERICIANA – VIA CASTRACANE 1

Porta marina

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Presentazione del libro di Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri.

Interverranno:

Marco Ferri e Alessandro Moscè


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SENIGALLIA - VENERDì 14 NOVEMBRE, ore 21.15

CENTRO SOCIALE SALINE – VIA DEI GERANI 8

Versi-di-versi. Le Marche e la poesia

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relatore: Massimo Gezzi, La nuova poesia nelle Marche

Jorie Graham, poetessa americana premio Pulitzer nel 1996 per The Dream of the Unified Field: Selected Poems 1974-1994, sarà questa settimana a Roma e Firenze per parlare del suo libro italiano L’angelo custode della piccola utopia. Poesie scelte 1983-2005, di imminente pubblicazione presso luca sossella editore per la cura e traduzione di Antonella Francini. Dopo Michel Deguy, John Ashbery e Geoffrey Hill, la collana “arte poetica” si arricchirà presto dunque di un’altra autrice internazionale di altissima caratura. Jorie Graham sarà a Roma (giovedì 13 novembre) e a Firenze (14 novembre):

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ROMA - GIOVEDì 13 NOVEMBRE, ore 18

CENTRO STUDI AMERICANI – VIA MICHELANGELO CAETANI 32

Jorie Graham, L’angelo custode della piccola utopia

Presentazione del libro. Interverranno:

Jorie Graham

Antonella Francini, curatrice del volume

Marina Camboni, Università di Macerata e Presidente Aisna

Guido Mazzoni, Università di Siena e condirettore della collana “arte poetica”

per info:
Centro Studi Americani (Valeria Rosignoli), tel. 06 68801613
luca sossella editore, tel. 06 68309494

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FIRENZE - VENERDì 14 NOVEMBRE, ore 18.00

COMUNE DI FIRENZE – QUARTIERE 2

VILLA ARRIVABENE, PIAZZA ALBERTI 1/A

Presentazione del libro e lettura di Jorie Graham

all’interno del XX Corso della scuola di scrittura di
“Semicerchio. Rivista di poesia comparata”

Coordinerà Antonella Francini, curatrice del volume

per info: semicerchiorpc@libero.it

da «Allegoria», XX (2008), 57, p. 215.

«Vedo dal buio / come dal più radioso dei balconi. / Il corpo è la scure: [...]». Così cominciava uno dei testi più belli di Notti di pace occidentale, seconda raccolta di Antonella Anedda (Donzelli 1999). Otto anni dopo, la poetessa condensa quei due versi e mezzo nel titolo del suo quarto libro, Dal balcone del corpo, che conferma i temi salienti della sua scrittura, primo fra tutti l’inquieta e inappagata riflessione sul dolore altrui, umano e animale, e sull’indifferenza di chi vi si imbatte. Il titolo della raccolta, infatti, allude proprio a quello che Günther Anders ha chiamato «dislivello prometeico», ovvero l’asincronia tra sentire e agire che la nostra società permette e incoraggia, e che in Anedda scatena una riflessione anche sul proprio corpo: «Quanta ipocrisia serve per foderarci il petto?», chiede un verso, oppure per tornare a letto quando si sentono le grida di un delitto (Così arrivano i delitti), cedendo alle lusinghe del corpo che «preferisce una coperta e un cuscino all’agire»? O ancora: «Quando ci siamo abituati a sentire?» (Quello che ci siamo abituati a sopportare).
Quello di Anedda è un libro fittissimo di domande in cui le voci e i punti di vista si moltiplicano pagina dopo pagina, in un dialogo serrato con chi dice io. La prima delle quattro sezioni in cui la raccolta si divide si intitola Cori, mentre ben nove poesie sono battezzate Coro, alle quali si aggiunge Tre cori, nell’ultima sezione. I cori parlano in prima persona plurale («Siamo lo schermo», «Noi viviamo», «Vediamo da fessure»), oppure impartiscono perentori comandi a un tu («Alza gli occhi da questo schermo»), quasi detenessero una delega privilegiata a dire o a sentenziare, come accade con il coro della tragedia classica. In più, molte poesie di Anedda, a partire dai titoli, cedono la parola a entità astratte o indefinite: Parla lo spavento, Parla l’abbandono, Parla l’attesa, Parla la parte di mondo che ci sembra estranea, ecc., mentre a volte il lettore fa fatica a individuare il personaggio che dice io (in Anniversario I, per esempio, dove sembra parlare una voce maschile), o a capire a chi si riferiscano e si rivolgano i cori. Questa oscillazione tra vicende private dell’io (l’amore, o il ricordo dell’infanzia) e la «folla di visi» e prospettive percorre tutta la raccolta e viene lucidamente tematizzata: «Lascia che la terza persona parli e che loro rispondano», suggerisce un Coro, e in un testo intitolato Nomi qualcuno formula una domanda come: «Lei, cioè io, tende a cosa?», a cui la voce del soggetto risponde così: «Qui so rispondere: tendo alla terza persona». Bisogna aspettare l’ultimo verso dell’ultima poesia (Paesaggio) perché questa tensione trovi appagamento: il libro infatti termina significativamente con un «tagliente azzurro» che prende «il posto del paesaggio, della prima persona», realizzando così l’imperativo dell’amato Kafka posto in esergo alla sezione Mondo: «Tra te e il mondo scegli il mondo».
La moltiplicazione delle personae, in Dal balcone del corpo, si riflette anche sulla lingua: da un lato continua, infatti, quella «mobilitazione metalinguistica» (Testa) che ha sempre imposto all’Anedda di interrogare il linguaggio e di misurarne la presa sulla tragedia del reale (un solo esempio tra i tanti: «Come posso dire “massacro” / se i numeri ci frastornano e colano sulla realtà offuscandola?»); dall’altro l’autrice inserisce per la prima volta una sezione (Limba, cioè Lingua) in logudorese, sebbene “impuro”, in cui trovano posto sette struggenti Attittos (lamenti funebri) che prolungano il tema del lutto e della sofferenza cui alludono anche diversi riferimenti cristici (vedi titoli quali Cana o Getsemani) nella sezione Mondo.
Ne risulta un libro denso e inquieto, affidato a una lingua ricca di metafore capaci di abbattere la barriera tra incorporeo e concreto («un cucchiaio di consonanti», «luce piegata a sedie»), senza tuttavia cedere, di fronte al dramma del dolore universale e della colpa, «a quell’allusività che consente una scappatoia nell’armonia, nello sfumato della bella scrittura», come ammoniva la stessa Anedda in La luce delle cose (Feltrinelli 2000).

Massimo Gezzi