Luglio 2008


(da «il manifesto», 29 luglio 2008)

«Degli inizi», amava ripetere Guido Guglielmi, «non si è mai contemporanei». Forse ci vorranno anni, dunque, perché il prezioso lavoro di un ottimo traduttore come Damiano Abeni e della piccola casa editrice Edizioni L’Obliquo di Brescia, fondata e diretta dall’artista Giorgio Bertelli, venga recepito dal pubblico italiano in tutta la sua importanza. È da tempo, infatti, che Abeni cura per l’Obliquo una serie di plaquettes di grandi poeti americani (senza testo a fronte), cui si sono appena aggiunti i nomi di Lawrence Ferlinghetti (già tradotto da Abeni per minimum fax), Frank Bidart e C.K. Williams, entrambi presenti nell’antologia di poeti americani West of your cities, curata da Abeni per mimimum fax con Mark Strand nel 2003.
Il libro dell’inossidabile Ferlinghetti, Storia dell’aeroplano e altre poesie scritte dopo l’11 settembre, è un omaggio al Poeta Laureato di San Francisco che nel sito della City Lights, la storica libreria-casa editrice da lui fondata nel 1953, si preoccupa di dichiarare che il padre Carlo proveniva proprio dalla provincia di Brescia. Il libretto contiene una decina di lunghi testi in cui Ferlinghetti (di cui sempre in questi giorni è uscita per Feltrinelli una biografia, Io sono come Omero, di Giada Diano) riversa la sua proverbiale rabbia civile: in Storia dell’aeroplano, per esempio, si ripercorrono le tappe che stanno tra l’invenzione dei fratelli Wright e lo schianto dei due aerei sull’«America-Grattacielo», dopo che «un Terzo Mondo si rivoltò». I versi sferzanti di Ferlinghetti criticano la guerra in Iraq («E per ogni bomba sganciata / germogliano mille Bin Laden»), la Democrazia totalitaria che in realtà nasconde «L’inizio dell’America imperiale», e persino il Presidente in persona, facendo dire al cane della Casa Bianca (ritratta come un bianco Cavallo di Troia pieno di militari in borghese), infallibile nel fiutare i terroristi, che proprio «il boss» lo terrorizza tremendamente.
Di tutt’altro tenore la poesia di Confessionale di Frank Bidart. La plaquette, introdotta da una nota di Maria Grazia Calandrone, si compone di sei lunghi testi fra cui spicca quello eponimo, per intensità e riuscita. Si tratta di un dialogo tra un io e un confessore, non si sa quanto reale, sul difficile rapporto che lega il poeta alla madre scomparsa. Bidart è un autore tragico, che non fa sconti all’io che parla né al lettore: così chi scrive ammette di non aver mai perdonato la madre, di non averla mai davvero conosciuta («Non ci potevamo incontrare in Natura, – / … e ciò che avevamo era solo natura»), di aver provato invidia e violenza nei suoi confronti alla notizia di una nuova gravidanza, mentre l’interlocutore si incarica di guidare il poeta verso conclusioni lapidarie e impietose: «Il perdono non esiste», o: «All’uomo serve una metafisica; / non può averla».
Ancora diverso il caso di C. K. Williams (premio Pulitzer nel 1999 con Repair), di cui l’Obliquo pubblica Una delle muse, un lungo poemetto in venticinque stazioni con prefazione della poetessa Moira Egan. Nei suoi «caratteristici versi lunghi e dinoccolati, post-whitmaniani» (Egan), che il formato orizzontale scelto dall’editore permette di seguire in tutta la loro ampiezza sintattica, Williams rievoca una relazione che può essere letta in una doppia chiave, prontamente intuita dalla prefatrice: come la relazione amorosa tra un uomo e una donna innominata (l’estasi iniziale, la «mia benedetta, santa follia», fino al crollo straziante che confina con indifferenza e incredulità), o come l’improvvisa visita della poesia a chi scrive («Era venuta da me… lei da me…»), tra reticenze, silenzi colmi di significato e «un modo di dire / un ritmo, una figura retorica» capaci forse di fissarne la presenza, prima della sua misteriosa scomparsa, delle sue «dolorose non-risposte».

L’ho saputo solo oggi mentre mi accingevo ad acquistare i biglietti. Nel programma cartaceo di un festival jazz di Fano (www.fanojazz.org), sabato 26 luglio era previsto il concerto degli Esbjörn Svensson Trio (E.S.T.), uno straordinario trio capitanato dal pianista svedese Esbjörn Svensson, capace di dare vita a una sapiente miscela di jazz, Drum&Bass, musica elettronica, funk, rock e pop. Incredibilmente, Svensson è annegato lo scorso 14 giugno all’età di 44 anni (gli stessi che visse Billie Holiday) durante un’immersione nell’arcipelago di Stoccolma, in quella stessa acqua che ondeggia sulla copertina di Tuesday Wonderland (2006), il loro ultimo capolavoro in studio. Questo è un piccolo omaggio a un grande musicista. È il brano eponimo – davvero capace di schiudere all’ascoltatore un “paese delle meraviglie” – che dà il titolo a quel cd. Buon ascolto.

Domenica scorsa, insieme ad Adelelmo Ruggieri e Stelvio Di Spigno, siamo stati a Elcito, un minuscolo borgo semideserto nel comune di San Severino Marche (MC). Solo oggi ho scoperto che il fotografo fermano Eriberto Guidi, nel 1978, aveva pubblicato un racconto intitolato L’Omero di Elcito, dove dietro la maschera di Omero si nascondeva una vecchia signora cieca che cantava: “Lungo i viottoli di questo abitato solitario – scrive Guidi – non osservi traccia di vita, inattesa giunge una voce modulata, una canzone. Vicino al muro che circonda la piazzetta è seduta un’anziana donna che canta. È cieca. Immaginazioni, ricordi, fede”.

Tra le altre cose, Guidi fotografò una porta. L’ho fotografata anch’io, ignaro della coincidenza e ovviamente senza la perizia e la sensibilità del grande fotografo che è lui. Non saprei nemmeno dire se si tratta della stessa porta (probabilmente no). Ma in quella statificazione di tavole e di legni si leggono le tracce degli uomini e delle donne che vissero in questo piccolo borgo, ormai popolato solo d’estate, vi si decifra la loro storia meglio che in un qualsiasi racconto. Ho riletto Crossing Brooklyn Ferry di Walt Whitman, nella traduzione di Ariodante Marianni: “Keep your places, objects than which none else is more lasting” (“Conservate il vostro posto, oggetti dei quali niente è più duraturo”), e ho quasi sentito destarsi da là dietro la stessa domanda che Whitman porgeva immaginariamente alle generazioni a venire che in futuro avrebbero percorso e vissuto i suoi stessi luoghi: Manhattan, il fiume, “Brooklyin dalle ampie colline”:

Mi accosto di più a voi,
Qualunque idea vi facciate di me, l’ho avuta in anticipo di voi,
Prima che voi nasceste, vi ho pensato a lungo, e seriamente.

Chi poteva sapere che cosa me ne sarebbe venuto?
Chi può sapere che io non ne provi piacere?
Chi può sapere se io non sia in grado, malgrado tutta la distanza, di guardare voi fin da ora, benché non possiate vedermi?

Copyright Eriberto Guidi

Copyright Eriberto Guidi