(da «il manifesto», 15 maggio 2008 – con aggiunte e modifiche).
Non fosse ormai un luogo comune, per definire la qualità delle poesie de Gli anni della pioggia (peQuod 2008, € 7,50) dell’esordiente Carlo Carabba (Roma 1980) si potrebbe evocare la celebre formula sabiana di “poesia onesta”. Sono due i motivi per richiamare questo aggettivo: innanzi tutto il giovane Carabba mette in versi un normalissimo “io”, senza sotterfugi intellettualistici o timori reverenziali. Chi crede che rappresentare un soggetto in versi sia ancora un gesto ignominioso o solipsistico, è pregato di leggersi queste pagine, in cui chi parla è una persona comune, un individuo-massa cresciuto negli anni Novanta in una grande città (Roma), attraversato dalle contraddizioni violente che caratterizzano i nostri anni e capace di dire “io” con umiltà e senza alcuna supponenza, come seppero fare certi grandi poeti americani (Robert Frost, o Wallace Stevens, o Elizabeth Bishop) che il nostro giovane autore conosce e talvolta cita (Frost). In secondo luogo, è onesta la lingua usata da Carabba: cristallina, priva di aloni semantici e di inutili ‘poetismi’ (ma non di echi letterari: Pascoli, Leopardi, Salinger…), e invece tutta aderente alla musica del nostro tempo, senza che questo comporti una rinuncia all’interrogazione o il sacrificio della complessità. Anzi. Uno dei pregi del libro di Carabba è proprio quello di essere percorso da una doppia interrogazione: sulla morte, come ombra che si proietta sul presente di tutti i giorni, oltre che sul futuro (“Un giorno sarò morto e intanto vivo”); e sulla consistenza fisica e materiale del mondo, restituita da attacchi ragionativi di questo tipo: “Se l’energia è prodotta dal quadrato / del corso della luce e dalla massa, / se si diffonde su una curvatura / infinita e perfetta / [...] io resto testa all’aria / tra i moti corruttori / del mondo sublunare”. Quello che stupisce, nelle pagine di Carabba, è che questa continua ricerca di senso viene veicolata non da filosofemi astrattizzanti (che magari ci si aspetterebbe da un dottorando in filosofia), ma da una poesia del quotidiano che sa coniugare attrazione verso il dato sensuale e metropolitano e, appunto, tensione intellettuale. Ha ragione Mario Desiati, nella bandella, quando sostiene che quella di Carabba è una poesia che inganna, che “sembra pacificare, ma con un brevissimo passaggio entra in confidenza con la notte più buia”: ecco allora che la riflessione più vertiginosa scatta da un banale scontro in macchina, o dal pensiero della morte che tocca o toccherà alle persone care, o da una magnifica eclissi in cui un lampione si sostituisce alla luna e si fa enigma straniante, sullo sfondo di un’altra delle numerose notti che mettono in moto questa scrittura. Più incerti e meno riusciti, forse, i lunghi testi in cui Carabba concede troppo spazio al pathos della memoria, rievocando figure care o episodi privati, ma non c’è dubbio che a questo nuovo poeta, come alla sua Cicala, va augurato di non interrompere il suo canto: “Tra gli alberi ho cantato / tutta l’estate, senza preoccuparmi / di metter via provviste, e adesso / che i rami vanno seccandosi, canto”.
Massimo Gezzi