(da «il manifesto», 1 marzo 2008 – con alcune aggiunte e modifiche).
Non so se iniziare una recensione affermando che quella che si è appena finito di leggere è una raccolta ostica, oggi, sia percepito più come un elogio o come un biasimo. Fatto sta che La casa esposta di Marco Giovenale (Le Lettere, € 20), poeta romano men che quarantenne ma già affermato su vari fronti, è un libro programmaticamente difficile, eccentrico, a partire dalla collana che lo accoglie (il “fuoriformato” della casa editrice Le Lettere) e dalla struttura che presenta: cinque sezioni di cui la terza, intitolata laconicamente [ ], composta non da poesie ma da foto dell’autore, e la quinta stampata con un altro carattere tipografico e inserita dopo le note che di solito, invece, chiudono un volume. Vezzi, verrebbe da pensare, se non fosse che ha ragione il curatore della collana Andrea Cortellessa quando sostiene nella bandella che quella di Giovenale è la figura più caratterizzata, tra i nuovi autori, da una «‘croce di collimazione’ […] fra critica, poetica e poesia». Perché, dunque, Giovenale compone un libro così? Per due ragioni, interne ed esterne alla materia della poesia.
La casa esposta, innanzi tutto, ha per sottotitolo «soluzioni e dissoluzioni di luogo»: è un libro che ruota attorno a un evento traumatico, ovvero «un perdere attivo che non si limita, che non ha limiti» (Giovenale) e che riguarda, per l’appunto, una casa. Qualcuno (un io mai grammaticalizzato, una micro-comunità di vivi) viene privato del luogo intimo e memoriale per eccellenza, in un processo di violazione e sottrazione («hanno sottratto tutto», «aprono e portano via», o i fulminei: «Stata svuotata», «Sottratto tutto») che diventa anche dissoluzione di materia, sua metamorfosi in maceria, in vuoto: «cavità», «orbita», «vuoto», «nicchia», «abbandono» sono parole che minacciano il lettore a ogni verso, mentre gli interni sono popolati da «cenere», «ombre», «stracci», «buio», «polvere», ostinatissima polvere. «Lo spossessamento di un luogo», scrive Antonella Anedda nella prefazione, «rintocca sullo spossessamento di un corpo»: così tra i muri della casa esposta di Giovenale vita e morte diventano quasi indistinguibili, se è vero che «i rami morti spuntano da quelli vivi», oppure che qualcuno ha «la consuetudine di portare / addosso resti umani». Tale «coatto abbandono di luoghi e oggetti amati» (Bello Minciacchi, che firma la postfazione) si traduce in due codici: in prima battuta nel «disastro del linguaggio» (Giovenale) che caratterizza quest’opera densa ed enigmatica, una parola-caos che mette in difficoltà il lettore, obbligandolo quasi a risillabare la deiezione e la perdita di «segnoria», da un verso di Dante posto a sigillo della IV sezione (tre soli versi di esempio: «di un nodo quasi dove / per diversione stessa / il dolore dà chiaro a sé»); in secondo luogo nell’oscena trasparenza delle foto centrali, desolate ma brulicanti di passato, dove ogni oggetto è maceria che si fa allegoria della vicenda umana.
Sin qui la poesia. Ma le ragioni di tale parola-caos sono anche esterne, di poetica: Giovenale ha più volte teorizzato, infatti, la necessità di una poesia difficile (o trobar clus), affine a quella di certe esperienze neoavanguardistiche ma non appiattita su di esse, capace di riattestare di continuo la vitalità e l’anarchia di fondo dell’oggetto estetico, impugnando la presunta neutralità del linguaggio e negando che si possa dimenticarne la problematicità. Per paradosso, in certi poeti tale posizione rischia di generare testi più prevedibili di quelli cosiddetti “facili”. In Giovenale, invece, il linguaggio enigmatico trascina anche schegge acuminate di dolore, obbliga il lettore a fronteggiare, in una luce sempre «esatta» o «esattissima», il disastro della perdita: «Se è vivo si guasta // Se è morto, muore di più».
Massimo Gezzi
24 marzo 2008 at 6:06 am
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