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«Voi ricordate il quadro di Klee Angelus Novus? Ebbene, nella riflessione di Benjamin c’è un angelo che, con gli occhi sbarrati, guarda dall’alto del cielo verso la terra; le sue ali sono impigliate in una tempesta che lo trascina. Pare che questa tempesta spiri dal paradiso. Ai piedi dell’Angelo si accumulano le rovine: è l’Angelo della storia. Egli vorrebbe ricomporre l’infranto, resuscitare i morti, ma la tempesta, inesorabile, lo spinge lontano, perché le sue ali soono impigliate nel vento; e le macerie ai suoi piedi ingigantiscono. Ed egli ha occhi rivolti verso queste macerie, ha gli occhi rivolti verso il punto da cui si allontana.
E’ la concezione tragica del progresso. L’uomo vive in questa lacerazione. L’uomo ha, nei momenti di percezione più grande della realtà, la stessa sensazione di quest’angelo, che è l’Angelus Novus. Lo stesso Baudelaire, nei Tableaux parisiens, segue il cigno in una poesia famosa che comincia: “Andromaque, je pense à vous”. Segue il cigno che ricerca il lago e invece si sporca le ali d’asfalto, perché dove c’era il lago è stato messo il catrame; e allora Baudelaire fa una delle sue esclamazioni etico-poetiche che sono diventate famose: “La vieux Paris n’est plus, hélas”, la vecchia Parigi non c’è più, ahimè, “La forme d’une ville change plus vite que le coeur d’un mortel”, la forma di una città cambia più velocemente che il cuore di un mortale.
Il dolore umano per la trasformazione delle cose, per il progresso che ci travolge e ci estranea, che ci suona stranito e foresto, è cosa antica. La dignità umana sta nell’assumerne la consapevolezza e farne una sorta di parametro di visione della realtà, senza nulla dimenticare».
(da F. Biamonti, Scritti e parlati, Einaudi, Torino 2008)
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Giovedì 24 gennaio 2008, ore 18
Fondazione Adriano Olivetti – via Zanardelli 34 – Roma
Biancamaria Frabotta e Valerio Magrelli
presentano
di Gregorio Scalise
luca sossella editore 2007
Di seguito Scalise leggerà alcune poesie
«A quasi quarant’anni dal suo esordio letterario, Gregorio Scalise, uno dei poeti più originali e misurati del secondo Novecento italiano, ci consegna con questa auto-antologia la summa di un percorso di scrittura articolato e costantemente caratterizzato da quella che Alfonso Berardinelli, sin dal 1975, riconosceva come una “spinta duplice, razionalistica e vitalistica”.
Ironico e amaro al contempo, con il cuore in bilico “fra lo spleen / e la commedia brillante”, il poeta che qualcuno ha definito “un Woody Allen del pensiero” ritorna nelle librerie con una scelta dei suoi testi editi più significativi e un sostanzioso gruppo di inediti».
Qualche giorno fa la trasmissione Radio 3 Suite ha dedicato una bella e interessantissima puntata a La voce come medium (luca sossella editore 2007) di Steven Connor, intervistato da me per “Alias” del “manifesto” [qui]. Con Stefano Catucci hanno dialogato il prefatore Alberto Abruzzese, Corrado Bologna (autore di Flatus vocis. Metafisica e antropologia della voce, il Mulino 2000) e Gabriele Frasca (di cui si ricorda La lettera che muore. La «letteratura» nel reticolo mediale, Meltemi 2005).
La registrazione dura poco più di mezz’ora e vale davvero la pena ascoltarla: la trovate qui.
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(da «il manifesto», 10 gennaio 2008)
Un luogo comune piuttosto diffuso vuole che i poeti siano “giovani” fino ai cinquant’anni. Se è così, il titolo che Gabriele Frasca ha scelto per la corposa autoantologia edita da Luca Sossella Editore nella bella collana «arte poetica» è quanto mai azzeccato: Prime. Poesie scelte 1977-2007, in cui al trentennio di scrittura rispondono i cinquant’anni tondi del poeta, narratore, studioso e traduttore (di Beckett e Philip K. Dick). Chi conosce l’opera in versi di Frasca, però, non fatica ad accorgersi che quel titolo è tutt’altro che innocente: l’autore di Rame, Lime e Rive, infatti, con Prime aggiunge un ulteriore anello alla catena paronomastica che collega i titoli di tutte le sue raccolte e di diverse loro sezioni (rimerai, rimasti, rimastichi, rivi…), tutti escogitati a partire da una parola sempre evocata ma mai dicibile (rime) che per la prossima raccolta, inedita ma significativamente anticipata da un paio di sezioni di questa antologia, si travestirà ulteriormente in Rimi.
Va subito detto che Prime è molto più che un’antologia: la maniacale e programmatica attenzione di Frasca alla forma (sia pure «fluida», cioè mai paga di se stessa ma sempre ripensata, ricominciata da zero) fornisce a questo florilegio una colonna vertebrale nascosta. A scorrere l’indice di Prime, infatti, ci si trova davanti a una sorta di struttura latente che riordina alcune “vecchie” sezioni secondo un criterio giocosamente numerico: all’ormai celebre poemetto Uno di Rive («uno finisce che si sveglia un giorno / e dice ma che cazzo ci sto a fare») seguono infatti le sezioni 2 (da Rame), Trismi (da Lime), Quarti (ancora Lime), e poi gli Orologi di Rive (dai quarti all’intero), fino alle sette prose di Sette che occupano, va da sé, la settima posizione. Oltre a ciò, Frasca si diverte a battezzare altre sezioni storpiando i titoli dei vecchi libri: Rame diventa Ramaglie, Lime si montalizza in Limine e Rive si politicizza in Rivolte. Già, la politica: perché l’abilissimo ludus di Frasca non vuole mai risolversi in se stesso né arrendersi all’autocompiacimento.
L’ossessivo smontaggio e ricostruzione di forme metriche a partire da quelle chiuse della tradizione, stigma ormai inconfondibile del «dolce stilo» di Frasca, da una parte si configura infatti come strumento per intaccare memorabilmente il flusso altrimenti informe e babelico del presente (e quindi per resistergli); dall’altra intende trasferire al lettore questa stessa capacità di resistenza: lettura, ha auspicato altrove Frasca, come difficile recupero della «capacità di essere “senzienti” (di tornare a udire “distinte” le cose del mondo)».
Oltre ai generi e alle forme (l’ipersestina di Poesie da tavola, il poemetto in quartine di ottonari di Quarti, le nuove bellissime “prose” di Rimi, in cui i periodi sono tutti lunghi due endecasillabi perfetti), il lettore troverà in Prime i temi ossessivi della produzione di Frasca: lo scorrere inesorabile del tempo che fa di ogni vita un «anello del collare»; la vuota e materialistica ripetizione di un esistere scandito da gesti automatici, quasi in serie; la difficoltà a distinguere visivamente ed eticamente il riflesso della nostra faccia sullo schermo (come nella bella Battito d’ali) dalle immagini televisive dei morti di una guerra e dai loro assassini.
Massimo Gezzi
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Sull’ultimo «Alias» del manifesto (5 gennaio 2008) è uscita una mia lunga intervista a Steven Connor, critico letterario e professore al Birbeck College di Londra. Connor è autore di saggi monografici su Beckett, Dickens, Joyce, il romanzo inglese della seconda metà del Novecento; ha inoltre pubblicato gli studi Postmodernist Culture: An Introduction to Theories of the Contemporary (Basil Blackwell 1989), Theory and Cultural Value (Basil Blackwell 1992), Dumbstruck (Oxford University Press 2000), The Book of Skin (Reaktion 2004) e Fly (Reaktion 2006). Ha curato diverse edizioni di Beckett e Dickens, nonché The Cambridge Companion to Postmodernism (Cambridge University Press 2004). Il suo sito web è www.stevenconnor.com.
Lo spunto per l’intervista è stato fornito dalla traduzione italiana di Dumbstruck, pubblicata da luca sossella editore con il titolo La voce come medium. Storia culturale del ventriloquio (trad. di Luciano Petullà, introd. di Alberto Abruzzese e Davide Borrelli). Per chi fosse interessato, qui c’è il pdf dell’intervista.