«Essere poeta significa arrivare a fingere di essere usati dal linguaggio, di esserne attraversati, come da un dio, di diventare tramite. Di tornare quindi, apparentemente, alla passività del parlante e dello scrivente immediato; e invece assumere in realtà tutto il linguaggio – e tutta la cultura – per restituirlo in una forma specifica ossia in una diversità giudicante. La meta è di avere di fronte al linguaggio di tutti (e quindi anche a quello della tradizione culturale) l’apparente calma nervosa del domatore e la sua invisibile paura.»

F. Fortini, Una diversità giudicante, in L’ospite ingrato primo e secondo, Marietti, Casale Monferrato 1985.

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