settembre 2007


In omaggio al mareadestra, pubblico con grande piacere una traduzione inglese della poesia da cui è tratto il titolo della mia raccolta del 2004, e di riflesso anche quello di questo blog. La traduzione è del mio amico narratore Dave King (che Michael Cunningham ha defintio «una tra le voci più vivaci e brillanti della nuova narrativa americana»), il cui apprezzato romanzo, The Ha-Ha, è stato appena pubblicato da Fazi Editore, nella traduzione di Thomas Fazi.

Prima l’originale:

Congedo da riva e orizzonte

And out of the swing of the sea
(G. M. Hopkins)

Ma a che cosa potranno servire questi segni?
I muri non salgono, non ci sono
nemmeno i mattoni. Il treno ogni volta
aspetta alla stazione, ma il viaggio
si è fatto meccanico, percorso prevedibile
da ripetere a mente. Il carillon delle stagioni
riporta le sue musiche autunnali: ieri notte,
mentre ci amavamo, una ipnotica grandine
di gocce ripeteva i nostri nomi,
e una vampa di pioggia colorava
di spessore l’arancione dei fanali.
Anche per la pioggia meraviglia. Anche
per la quiete momentanea di una stanza,
prima che il mare a destra ritorni
a tracciare sul vetro le sue ostinate
due righe di saluto.

.

Ed ecco la traduzione di Dave King:

Farewell to the shore and the horizon

And out of the swing of the sea
(G. M. Hopkins)

For what use are such gestures?
The walls don’t rise, there aren’t
even any bricks. The train waits
each time at the station, but the trip’s
become mechanical, a route foreseeable
for being known by heart. The season’s bells
send forth autumnal music: last night,
while we made love, a hail of drops,
hypnotic, tolled our names,
and a flash of rain diffused
the orange of the lights.
Wonder also at the rain. And at
the passing stillness of a room,
before the right-hand sea returns
to trace upon the glass
two stubborn lines of greeting.

.

Thanks, Dave!

Traducendo, càpita spesso di sperimentare in prima persona l’alterità, talvolta sorprendente, di una lingua straniera. Si sa che l’inglese è una lingua molto più empirica e concreta dell’italiano, ma è davvero stupefacente in quanti modi si possa esprimere, per esempio, l’azione del “gridare”. Per quanto io ne sappia, in italiano possiamo dire solo “urlare”, “gridare”, “strillare” e “sbraitare” (“sgolarsi” è già un’altra faccenda, secondo il mio punto di vista). E sinceramente avrei molti problemi a definire con precisione lo scarto semantico tra “urlare” e “gridare”. Non è un caso, forse, che il celebre dipinto di Munch del 1893 venga tradotto alternativamente come L’urlo o come Il grido (a differenza del The Howl di Ginsberg – «I saw the best minds of my generation [...]» – che è in italiano mi pare sia sempre un urlo, mai un grido).

In inglese le cose sono molto più complicate: non si urla solo con i classici to scream o to shout, ma anche con to cry (che significa anche piangere), to howl (per l’appunto), to yell, to hoot, to shriek, to squeal, to holler

Sarebbe molto interessante, allora, capire perché quelli che per un italofono sono due identici “urli” (quello di Munch e quello di Ginsberg), per un anglofono invece sono The Scream (o anche The Cry) e The Howl. D’altra parte, gli inglesi probabilmente non potrebbero mai capire perché da noi, al plurale, l’urlo può restare maschile (gli urli) o diventare femminile (le urla). Misteri della voce.

Beside one loch, a hind’s neat skeleton
Beside another, a boat pulled high and dry:
Two neat geometries drawn in the weather:
Two things already dead and still to die.

I passed them every summer, rod in hand,
Skirting the bright blue or the spitting gray,
And, every summer, saw how the bleached timbers
Gaped wider and the neat ribs fell away.

Time adds one malice to another one -
Now you’d look very close before you knew
If it’s the boat that ran, the hind went sailing.
So many summers, and I have lived them too.

.

Così tante estati

Accanto a un lago, un lindo scheletro di cervo,
Accanto a un altro, una barca bene in secca:
Due linde geometrie tracciate dalla stagione che fu:
Due cose già morte e che devono ancora morire.

Le sorpassavo ogni estate, con la canna in mano,
Rasentando l’azzurro brillante o il grigio spruzzante,
E, ogni estate, vedevo come il legname sbiancato
Boccheggiava più largo e le linde costole svanivano.

Il tempo aggiunge malizia sopra malizia -
Ora dovresti guardare da molto vicino per scorgere
Se è la barca che correva, o il cervo che veleggiava.
Così tante estati, e le ho pure vissute.

.

(Tratta da N. MacCaig, L’equilibrista. Poesie scelte 1955-1990, a cura di Marco Fazzini, Stamperia dell’Arancio, Grottammare 1995).

 

In sgargiante livrea arancione, è appena uscito per le Edizioni l’Obliquo di Brescia un libretto di Charles Simic con titolo – quasi tautologico – Il titolo [qui]. Raccoglie poesie tratte dall’ultima raccolta (My Noiseless Entourage del 2005), testi già pubblicati e altri recuperati dai cassetti dopo molti anni. Le versioni sono dell’ottimo Damiano Abeni, già traduttore, tra gil altri, di Bukowski, Bishop, Ferlinghetti, Strand, nonché curatore (proprio assieme a Mark Strand) della bella antologia della nuova poesia americana contemporanea West of your cities (minimum fax 2003).

Abeni conclude con Il titolo un trittico di versioni da Simic, inaugurato da Il mondo non finisce (Donzelli 2001), il libro di prose poetiche con il quale Simic vinse il Pulitzer nel 1990, e proseguito da Zoo (Edizioni l’Obliquo 2002), più il manipolo di poesie sugli animali pubblicate sul numero 36 di «Nuovi Argomenti» (ottobre-dicembre 2006).

La nota introduttiva è mia; come di consueto, l’Obliquo pubblica due versioni del libro. Quella più pregiata è accompagnata da una preziosa incisione di Giosetta Fioroni. Rubo dal sito de l’Obliquo una poesia:

Negozio di vestiti usati

Un bell’assortimento di vite passate
per frugarci dentro cercando
quella che vi va bene
pulita e stirata di fresco,
ma con il colletto consunto.

Un manichino vestito di nero
sta sulla porta per servirvi.
I suoi occhi non vi mollano.
I baffi sembrano disegnati
con la punta di un sigaro spento.

Torri di calzoni oscillano,
mentre vi voltate per fuggire,
e i cappelli dei morti rotolano
per terra, corrono
per scortarvi alla porta.

(Trad. Damiano Abeni)

[Ecco il programma della seconda edizione di Babel, festival di letteratura e traduzione di Bellinzona, nel Canton Ticino. Direttore artistico: Vanni Bianconi].

giovedi 20 settembre

20:30 Cinema Forum

Cinebabel, proiezione del film Le cercle parfait di Ademir Kenovic, in presenza dello sceneggiatore, il poeta Abdulah Sidran.

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venerdì 21 settembre

18:00 Palazzo Civico

Saluto, con una lettura di Pietro De Marchi e Klaus Merz.

18:30 Palazzo Civico

Ornela Vorpsi, giovane scrittrice albanese autrice del romanzo Il paese dove non si muore mai (scritto in italiano), dialoga con Fabio Pusterla.

20:30 barBabel

Cena balcanica al barBabel.

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sabato 22 settembre

09:30 Castelgrande

Giorgio Orelli racconta le sue traduzioni di Goethe. Dialoga con Pietro De Marchi.

11:30 Castelgrande

Ivana Sajko, giovane scrittrice e drammaturga croata, dialoga con Ljiljana Avirovic.

14:30 Teatro Sociale

Tomaz Salamun, il più noto poeta sloveno vivente, dialoga con la sua traduttrice Darja Betocchi.

16:30 Teatro Sociale

Michael Krüger, narratore, poeta e direttore della casa editrice Hanser, dialoga con il suo traduttore Federico Italiano.

18:30 Teatro Sociale

Ismail Kadaré dialoga con Michele Fazioli.

21:30 Teatro Sociale

Ljiljana Petrovic Buttler, accompagnata dai Mostar Sevdah Reunion: un concerto di Sevdah, una delle musiche più antiche e struggenti dei Balcani.

..

domenica 23 settembre

09:30 Teatro Sociale

Dejan Ilic, poeta e traduttore, dialoga con Giorgio Orelli e Fabio Pusterla, di cui ha tradotto le poesie in serbo-croato.

11:30 Teatro Sociale

Abdulah Sidran, poeta bosniaco che ha dato voce all’assedio di Sarajevo e sceneggiatore dei primi film di Kusturica. Dialoga con il suo traduttore Silvio Ferrari. Con una lettura di Claudia Cotti Zelati.

14:00 Teatro Sociale

Viceversa Letteratura: letture dalla nuova rivista svizzera di scambi letterari pubblicata in tre lingue.

14:30 Teatro Sociale

Predrag Matvejevic, autore di Breviario mediterraneo, dialoga con Sergej Roic.

16:30 Teatro Sociale

Helena Janeczek, poetessa in lingua tedesca e narratrice in lingua italiana, dialoga con Franco Buffoni.

18:30 barBabel

Finale al barBabel

Ogni tanto capita di leggere qualcosa e di trovarsi davanti a una specie di epifania. Magari si sta leggendo una pila di libri per la propria tesi, con attenzione necessariamente selettiva e concentrata sull’argomento o sul dato che si sta cercando; oppure si sta sfogliando un libro alla ricerca di una pagina particolare, di un episodio che ci interessa riprendere o citare; e all’improvviso invece ci cade sotto gli occhi un passaggio che non cercavamo ma che, per fortuna, abbiamo trovato. Così succede che preparando un ciclo di lezioni su Montale per matricole, oggi mi sia capitato di rileggere questo passaggio fulminante e carico di fecondissimi interrogativi di Franco Croce (professore dell’Università di Genova scomparso nel 2004), compreso nel suo splendido saggio sulla Primavera hitleriana di Montale (leggibile in F. Croce, La primavera hitleriana e altri saggi, Marietti, Genova 1997). Ecco il passo:

«[...] la poesia non è un duplicato retorico della meditazione storico-politica, una specie di megafono sonoramente appassionato di quel che appartiene a una diversa operazione. La poesia non dà cioè notizie inutili (inutili perché altrove conosciute e conoscibili) in modo utilmente efficace. La poesia è utile – utile anche politicamente – perché dà le sue notizie, stente, parzialissime, pericolose, compromesse, impure (ma chi oggi può sostenere che la poesia sia la purezza, la purezza di una verità altra o – in una antitesi che poi è una coincidenza – la purezza di tutta la verità bellamente messa in versi?), frutto di una ricerca angolatissima ma, nei suoi clamorisissimi limiti (se qualcosa può rinnovare il mondo, quel qualcosa non è la poesia), autonoma, diversa da altre ricerche più utili, perché più razionali, ma con essa non coincidenti, anche se con essa sempre in relazione».

Discuterei sul metro in base al quale misurare l’utilità di una ricerca, e anche la perentorietà di qualche affermazione (la poesia è pur sempre il luogo dove la lingua torna a significare, ed è quindi una sorta di non visibile ma costante e necessario rinnovamento, anche del mondo) , ma il passaggio è molto bello. Tra l’altro sembra scritto da uno a cui la poesia appariva, pur nei suoi «clamorosissimi limiti», qualcosa di fondamentale, qualcosa da salvaguardare.

[Pubblico con piacere la recensione di Stefano Raimondi al Nono quaderno italiano Marcos y Marcos, uscita sull'ultimo numero della rivista «Pulp»] .

«Dal 1991 il curatore, Franco Buffoni, lascia tracce del suo “veder chiaro” in poesia e per la poesia. Sono qui raccolte, infatti, altre sette nuove voci che hanno, nel loro “fare”, già dato segni di attenzione e valore. Accanto ad ogni nome compare un prefatore che per affinità e intesa, lascia tracce introduttive, capaci di avviarci a una loro lettura. Fuori i nomi: Alessandro Broggi introdotto da Umberto Fiori, Maria Grazia Calandrone da Andrea Cortellessa, Mario Desiati da Enzo Siciliano, Massimo Gezzi da Guido Mazzoni, Marco Giovenale da Cecilia Bello Minciacchi, Luciano Neri da Fabio Pusterla e Giovanni Turra da Franco Buffoni. Sono sette opere autonome e, nel loro essere in fieri, già ben delineate. La capacità degli autori di lasciar intravedere il proprio calco è la particolarità di questa operazione editoriale. Se la kafkiana e prosastica voce di Broggi ci arriva con una scabrosità ben gestita e ben articolata, la tragedia/tensione esistenziale della Calandrone sa come stabilirsi su tonalità che la trattengono nell’urlo e nella carezza. Tutti si svolgono nei passaggi di un tempo dove la poesia chiede udienza, lasciando spazio alla tensione dei rapporti con il contesto. Non è un caso che Desiati ci rivolga una voce politica, resistenziale e critica che si fa segnavia di un impianto già collaudato dai grandi maestri novecenteschi (vedi Pasolini, Fortini) e tenuti ad esempio; e che Gezzi incontri limpidamente, nelle sue liriche perfette, cristalline un’eticità capace di portarci nell’esatto del sentire/capire il mondo. La parola si dipana tra questi autori lasciandosi manipolare fino all’estremo, tra avanguardia e tradizione, tra azzardi e passioni dove sono gli spazi/luoghi, i sogni e i desideri a modellarne le storie. Giovenale si inarca in un discorso sintatticamente elaborato che lascia intravedere l’elevata formalità di un sentire il mondo tutto in un respiro/pensiero; mentre la veggenza di una concordanza con il resto che lo circonda, porterà Neri alla realizzazione di un canto naufrago, nomade ed esiliato per potenza e necessità, in grado di inoltrarci in aperture filosofiche di forte spessore, proprio come in Turra quando la parola si appuntisce, scalfendo il reale, lasciando una materialità così nitida ed evidente da gestire che anche la sue grinzose e intime solitudini sanno come chiedere perdono e perdonare. La poesia si fa parola e storia, progetto e da nove significative tappe sa come darcene riprova».

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