È uscito da pochi mesi il volume degli Atti del convegno su Remo Pagnanelli del 19 ottobre 2007 (ventenalle della scomparsa), organizzato dall’Associazione Culturale “Remo Pagnanelli” di Sabina Pagnanelli insieme a Filippo Davoli e Guido Garufi.

Si tratta di un libro prezioso, curato dagli stessi Davoli e Garufi, che si aggiunge ad altri importanti contributi critici sul poeta di Macerata (penso al numero monografico di «Istmi» del 1997). Ecco l’indice del volume, introdotto da Guido Garufi e pubblicato da Quodlibet:

Amedeo Anelli, Dall’altra parte dello specchio

Danni Antonello, Un poeta postumo

Filippo Davoli, In quale punto entra il vento? Appunti per una rilettura

Andrea Di Consoli, Un’oscurità trasparente. Appunti su Remo Pagnanelli

Gianfranco Fabbri, Forse l’eterno è in questo dormiveglia

Piero Feliciotti, Presente indicativo. Funzione poetica e funzione politica dell’inconscio

Roberto Galaverni, Memoria poetica. Tre poesie per Remo Pagnanelli

Guido Garufi, Contro una estetica illustrativo-patetica

Massimo Gezzi, Nel cielo delle infinite potenzialità: l’eredità di Remo Pagnanelli

Andrea Gibellini, Remo Pagnanelli: tra le poetiche, nella poesia

Maria Lenti, Nei giorni delle cose e degli affetti

Daniela Marcheschi, Remo Pagnanelli: poesia e cultura

Daniele Mencarelli, La ballerina invisibile di Remo Pagnanelli

Umberto Piersanti, Figure di vita e di pensiero

Andrea Ponso, Inverno, rigore, errore. Remo Pagnanelli e l’attraversamento della temperie postmoderna

Massimo Raffaeli, Per Remo

Massimo Sannelli, Il Piccolo Elefante

Francesco Scarabicchi, L’apice del senso

Giancarlo Sissa, L’ipotesi della sconfitta

Lucia Tancredi, L’oro delle vere bocche

Dentro la sera - Scritture, letture e visioni  sul sagrato

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Serata marchigiana

Angelo Ferracuti, Massimo Gezzi e  Adelelmo Ruggieri ,

accompagnati da Andrea Cortellessa

Ore 19,00 -  Chiesa di San Leone

Oggi pomeriggio, a Roma, è scomparso improvvisamente il poeta Vito Riviello. Un piccolo ricordo, con un pensiero e un abbraccio per Lidia.

(da «il manifesto», 8 giugno 2009)

«Dove il fitto bosco / scendeva con avvallamento profondo / verso un luogo nascosto / a un tratto gigantesco, / appariva mutato l’aspetto degli alberi / in quel punto / prendeva nome di orrido». Basterebbero questi pochi, celebri versi del 1992 per compendiare la continua attenzione che la poesia di Giampiero Neri ha sempre nutrito verso il Teatro naturale, come recitava un felice titolo del 1998 riassuntivo di vent’anni di parchissima scrittura. Ora quei Paesaggi inospiti (Mondadori, € 12) sono assurti a titolo della nuova raccolta del poeta di Erba, ancora più misurata ed essenziale, se possibile, della precedente Armi e mestieri (2004). L’etichetta paratestuale, in ogni modo, non deve ingannare: delle due parti di cui si compone il libro, infatti, solo la prima, eponima, si concentra in modo esclusivo sulle enigmatiche e impassibili figure naturali che vivono da sempre nelle pagine di Neri: le poiane, gli uccelli di passo, il ghiro dalla lunga coda, la Natrice dal collare che s’impossessa delle vasche per le piante acquatiche. La seconda sezione, denominata Piano d’erba e suddivisa a sua volta in due parti, è invece popolata da una fitta costellazione di perturbanti apparizioni umane che evadono dal passato e tornano a baluginare, come brevi miraggi o spezzoni di sogno, nel bianco della pagina. Già Maurizio Cucchi, nell’introduzione all’Oscar del 2007 comprensivo di tutte le poesie di Neri, aveva parlato di “fotogrammi” provvisti di «un carico cangiante di virtualità», mentre Enrico Testa in Dopo la lirica (Einaudi 2004) notava che i frammenti di passato, per questo poeta così reticente, sono dicibili «solo a patto di travestimenti e lacune». L’impressione, a leggere questi versi, è che tali frammenti negli ultimi anni stiano emergendo con più energia e ricorsività, tendendo a formare una sorta di intermittente campionario di immagini che negli anni sembrano acquisire maggiore precisione di dettaglio. Così accanto a un misterioso «ragazzo sui trampoli» che si affaccia a un terrazzo, o a «quel tipo magro, giallognolo» che perde sangue della bocca, il lettore di Neri incrocia in queste pagine figure che in qualche modo gli tornano familiari: per esempio «Quell’anziano assicuratore / che teneva in ufficio una civetta», già incontrato in Armi e mestieri; o l’amico del padre che continua ossessivamente ad annunciarne la morte al figlio, lasciando cadere la bicicletta davanti alla scalinata dell’amato Terragni; o ancora «quel vecchio bevitore» incontrato da un ragazzo (il giovane Giampietro Pontiggia?) che da una raccolta all’altra prosegue il dialogo con lui. Anche i luoghi e gli spazi sembrano precisarsi: «la grande terrazza deserta di voci» ritratta in Paesaggi inospiti, per esempio, pare lo stesso «grande terrazzo» vuoto su cui si chiudeva Armi e mestieri. Solo che nel nuovo libro di quella casa ci viene persino svelato l’indirizzo («Via Mainoni»): forse la memoria di Neri sta prodigandosi per comporre sulla pagina quante più tessere o frammenti possibili, nel tentativo di salvarsi e di salvarli dal silenzio.

Massimo Gezzi

(da «il manifesto», 7 maggio 2009, con aggiunte)

Forse il titolo del libro che Angelo Ferracuti ha dedicato alla sua città (Fermo, prossima nuova provincia marchigiana) era geneticamente destinato a presentarsi come un calembour. Ma Viaggi da Fermo è davvero una guida eccentrica, rispetto ad altri volumetti consimili della collana Contromano di Laterza (€ 10). Ferracuti, infatti, considera la sua città come centro su cui piantare la punta di un mobile compasso, che nel suo giro abbraccia una larga fetta di realtà e di territorio marchigiani. Così le voci che compongono questo godibilissimo sillabario piceno (questo il sottotitolo, di evidente ispirazione parisiana) partono dalla A di Ascoli e terminano con la Z di Zingari, in un percorso che tutto fa meno che impantanarsi nella solfa della “marchigianità” o nella celebrazione retorica della piccola patria. Ferracuti, d’altronde, aveva già dato prova (con Le risorse umane, Feltrinelli 2006) della sua capacità di misurare il locale con il metro del globale (e viceversa), raccontando, in quel libro, le crepe che i problemi del lavoro cominciavano ad aprire anche nei muri del tranquillo hortus marchigiano. In Viaggi da Fermo il narratore mette in fila trentasette micro-reportages che non solo ritraggono gran parte delle Marche basse (da Ascoli ai piccoli Borghi dell’interno come Torchiaro o Ortezzano; dalle Terrazze sul mare tra Torre di Palme e Grottammare fino al Lago di Pilato, le Gole dell’Infernaccio e i misteriosi Monti Sibillini), ma che di questo territorio sanno anche evocare il tessuto sociale, disbrogliando la fitta trama di relazioni umane che hanno fatto la storia di questi luoghi e la vita dello scrittore che ce la racconta. Ferracuti popola i fondali marchigiani di scrittori (per primo Luigi Di Ruscio, concittadino ed exemplum letterario e politico; poi il severo Volponi, di cui si ricorda una lontana intervista), di amici artisti (il fotografo Ennio Brilli, di cui il libro ospita tra l’altro ventotto scatti in bianco e nero; l’intramontabile Mario Dondero, anche lui di residenza fermana; il disegnatore Tullio Pericoli, di origine ascolana), ma soprattutto di uomini e donne comuni di cui il viaggiatore-narratore ci consegna la memoria, con la compartecipazione che gli conosciamo: per esempio l’operaio Andrea Gagliardoni, morto a 24 anni sul lavoro in una fabbrica di Ortezzano; o il barbiere Bruno Cozzi che si inventa una società pugilistica a Sant’Elpidio a Mare; o il mezzadro Rigo dei Biancalana, “grande mito dell’infanzia”, che usava dormire sotto i mucchi di fieno. Tutto ciò, senza dimenticare che anche il fermano è una provincia dell’impero, popolata da imprenditori neoliberisti e interessata da un’immigrazione sempre più integrata, come si racconta nel reportage dedicato alla scuola elementare di Lido di Fermo che ospita ben il 43% di bambini immigrati. Chi ama le Marche del sud, o vorrebbe conoscerle meglio, dovrebbe leggere questo sillabario. Magari prima che il loro paesaggio e la loro “miracolosa misura, spia concreta di un fare antico, una operosità contadina e artigiana priva di eccessi”, vengano distrutti da qualche amministratore avventuriero.

Massimo Gezzi

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